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08/01/2012 05:30

Dal pollo alle mandorle all'import-export globale

I negozi cinesi all'Esquilino

I «pionieri» arrivarono negli Anni '80. Il primo nucleo s'ingrossò nel corso del decennio, soprattutto dopo la sanatoria dell'86, rinforzato da migranti cinesi che vivevano nel nord della Penisola. La Capitale, attraversata da un esercito di turisti, offriva in abbondanza posti di lavoro nel settore della ristorazione. Il pollo alle mandorle e i ravioli al vapore conquistarono i romani e l'importazione e l'esportazione delle materie prime rappresentava, per gli imprenditori orientali, l'unica forma di commercio con la madrepatria. Negli Anni '90 l'import-export si svincolò dalla ristorazione. La gran parte dei «cinesi romani» e soprattutto quelli che gestivano, e gestiscono, i movimenti commerciali provenivano dalla metropoli Wenzhou (come l'uomo ucciso) e l'omonimo modello consolidato in quelle zone della Repubblica Popolare sbarcò anche in Italia. Il sistema prevedeva, come ricorda uno studio, datato 2009, dell'«Osservatorio sulle migrazioni di Caritas-Cciaa e Provincia di Roma», il «fiorire di un numero enorme di mini-imprese specializzate nel commercio di beni di piccolo taglio in cui il margine di guadagno basso è compensato da un volume di vendita molto grande e dal notevole impegno lavorativo dei pochissimi soci». Si cominciò con accendini e altri piccoli oggetti venduti dagli ambulanti, si passò agli abiti tradizionali, camice, foulard e indumenti di seta e poi, alla fine dei '90, si puntò su jeans, t-shirt e scarpe confezionati in Cina o nelle sartorie clandestine della città eterna a bassissimo prezzo, grazie anche a una manodopera che lavorava a livelli molto vicini alla schiavitù. È in questo periodo che Piazza Vittorio diventa punto di riferimento per i cinesi. La vicinanza della stazione ferroviaria rende appetibili i negozi della zona e all'inizio dei 2000 la clientela di Weituoli'ao, come viene chiamata la piazza, diventa continentale. I mercanti orientali vengono da Grecia, Francia, Portogallo, Spagna e Germania. Il monopolio dell'importazione europea dell'Esquilino scema sensibilmente nel 2005. Le cause? C'è un giro di vite al porto di Napoli, dove vengono sdoganate le merci destinate a Piazza Vittorio, molte famiglie cinesi residenti all'estero cominciano a rifornirsi direttamente in Cina, snobbando gli intermediari «romani», e Barcellona sostituisce Roma. In quattro anni il commercio in transito nella Capitale si riduce di oltre l'80%, anche se i grossisti di Weituoli'ao continuano a gestire più della metà delle merci vendute in Italia. Se l'Esquilino rappresenta la city del commercio cinese, lungo la Casilina e la Prenestina ci sono capannoni dove la mercanzia viene stoccata e, in alcuni casi, venduta all'ingrosso. A Tor Pignattara, invece, teatro del duplice omicidio di mercoledì, tre anni fa cominciarono a spuntare come funghi negozi di oggettistica, casalinghi, piccola tecnologia e accessori vari. A Commercity, nei pressi di Ponte Galeria, strategica per i collegamenti con i porti di Napoli e Civitavechia e l'aeroporto di Fiumicino, il traffico è monopolizzato da intermediari-grossisti cinesi che acquistano da importatori per rivendere agli ambulanti. I clienti sono pakistani, nordafricani e italiani con piccoli negozi d'abbigliamento. Ma in alcune casi anche «titolari di esercizi più prestigiosi», spiega il rapporto Caritas. Recentemente, infine, si è sviluppata una considerevole vendita di souvenir cinesi in zone centrali della città, come il rione Monti e Corso Vittorio. Questi commercianti hanno rilevato i negozi di romani costretti a vendere per le crisi economiche nazionali e mondiali. Ma il successo del commercio cinese è spesso uno stereotipo. Molte aziende falliscono, chiudono, passano a loro volta di mano. È un mondo flessibile, che ha margini di guadagno molto bassi, è «delicato e mutevole» ed è «comunque pagato dai suoi protagonisti a un prezzo salato». A metà dei Novanta i cinesi «ufficiali» all'ombra del Cupolone erano circa 6000; nel 2009, 9000 e oggi tra i 10 e i 13 mila. Siamo arrivati ormai alle seconde generazioni, persone nate in Italia, che parlano la nostra lingua, hanno frequentato o frequentano le nostre scuole e spesso si esprimono in romanesco. Il rapporto sottolinea che molti di loro sono «portatori di competenze», oltre alla capacità linguistica, come «la conoscenza in prima persona del gusto e della cultura italiani, anche quella degli acquisti». Oggi quella cinese è la quarta comunità straniera in Italia. Uno dei tanti luoghi comuni sui nostri concittadini dagli occhi a mandorla è che stanno «espropriando» i nostri negozi per riempirli di articoli di bassa qualità e prezzo, praticando una concorrenza sleale in un momento di stagnazione economica del nostro Paese. E che il loro numero è in costante (e proccupante, per noi) aumento. Insomma, che ci stanno invadendo. Anche questo è un luogo comune. La crescita enorme delle rimesse cinesi in Patria, al netto delle importazioni, l'analisi dei pacchetti-viaggio per le famiglie e le testimonianze raccolte sul campo dimostrano un'inversione di tendenza. E molti elementi spingono a credere che, a partire dal 2007, per i cinesi italiani (e romani) sia cominciato un vero e proprio controesodo.

Maurizio Gallo






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