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«Roma tra il rischio-ghetti e il bisogno di alternativo»

Il«deus ex machina» Domenico Procacci gli ha affidato le chiavi del progetto che punta a fare della casa editrice un contraltare in termini di qualità e successo della società di produzione e distribuzione cinematografica che ha lanciato Gabriele Muccino e portato Gomorra alle soglie dell'Oscar. Un compito importante per un ragazzo di Martina Franca fattosi largo a colpi di talento in una città dove il nome Fandango, con il Cinema Politecnico e soprattutto il Caffè di Piazza di Pietra, è ormai divenuto anche sinonimo di incontro. Secondo lei, Roma di che tipo di cultura ha bisogno? «Non so. Ma so che nel suo cuore esiste un luogo di sperimentazione letteraria che si chiama Caffè Fandango. Dove si possono realizzare cose, per così dire, alternative. L'anno scorso abbiamo esumato la poesia dalle librerie polverose e dai periferici reading carbonari ospitando letture anche di autori legati ai Quaderni di Poesia Italiana contemporanea di Franco Buffoni. E quest'anno daremo sede a un concorso dal titolo 8x8 che un martedì ogni due settimane metterà a confronto aspiranti scrittori ed editori romani (per il bando: www.oblique.it/eventi_8x8.html, n.d.r)». Lei viene dalla provincia, e nei suoi libri evidenzia le contraddizioni della Capitale: quali sono i problemi veri di questa città, dal suo punto di vista? «Roma corre un grave rischio: quello dei ghetti. Rispetto alle altre metropoli europee qui esiste infatti il problema di muoversi. È difficile mischiarsi, perché lo è spostarsi, con due sole linee di metropolitana. Così le periferie diventano sempre più tali, zone quasi off limits. La grande sfida, per chiunque governi, è favorire il movimento: la circolazione delle persone aiuta quella dei sentimenti». I movimenti culturali di Roma: esiste ancora qualcosa del fascino, legato a impegno e curiosità intellettuale, dalla via Veneto di Moravia e Siciliano, scrittori a cui lei si ispira? «Oggi ci sono tanti gruppi, forse meno autorevoli, ma più eterogenei. E ci sono più spazi, editori, riviste. Chi vuole fare letteratura in Italia viene qui, anche se è Milano la sede della grande editoria. Credo che Roma sia culturalmente viva, e che magari i suoi protagonisti di oggi tra vent'anni verranno mitizzati come è stato per Moravia, Siciliano e la Maraini». Il paese delle spose infelici, suo ultimo libro, è in parte un romanzo di denuncia: la provincia pugliese, dove è ambientato, vuole rappresentare anche l'Italia e Roma, in qualche modo? «Premesso che detesto l'idea di romanzo di denuncia, se, come di solito avviene, questa supera i contenuti letterari, il libro contiene temi di portata generale: la questione ambientale, quella dei media corruttori dei giovani, la politica come far vedere piuttosto che fare. Tanti sono gli argomenti che mi stanno a cuore: per esempio l'emigrazione dal Sud, su cui è appena uscito per Laterza il mio ultimo testo, un'inchiesta sull'emigrazione interna nel nostro Paese dal titolo Foto di classe. U uagnon se n'ascot».

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