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A scuola con il coltello

A scuola con il coltello

In aumento il numero dei giovani col coltello in tasca

Zaino in spalla. Cappellino con la visiera che copre a metà lo sguardo. Si riparano come possono dalla pioggia delle 8 di mattina, prima di entrare in classe. Eccoli gli studenti del liceo classico «Tasso» di Roma. Della rissa a coltellate sventata in pieno centro, a via del Corso, sabato pomeriggio, solo in pochi ne hanno sentito parlare: «Sì, l'hanno detto alla radio stamattina (ieri ndr)» dice Fabio. «No, non sappiamo nulla», ammette Valentina. Di coltelli in mano ai loro compagni di scuola dicono di non esserne a conoscenza: «Mai visti – affermano sicuri – Queste cose possono succedere, ma non di certo qui». Però accadono. Perché? «Per fare i fighi, per sentirsi superiori – dicono – Si porta in tasca per farlo vedere, far sapere che ce l'hai».

Un ragazzino, 15 anni, dopo qualche tentennamento si avvicina e dice: «Io sono del Giulio Cesare, lì sì che li ho visti i coltelli. Ce li hanno i ragazzi più grandi. Sì – ammette – qualche volta li tirano fuori dalle tasche, ma non li usano davvero. Altrimenti finirebbero in guai più grandi di loro». Eppure nella via dello shopping i due minorenni di 16 e 17 anni, fermati sabato dai Falchi della Mobile e denunciati a piede libero, non avevano esitato a estrarre un coltello a serramanico. «Parte tutto dalla famiglia. O li lasciano troppo liberi, o li reprimono. I figli fuori casa vivono un'altra vita». Suonata l'ultima campanella, varcato il cancello del «Giulio Cesare» di corso Trieste, i gruppetti di studenti si attardano fin dopo l'una. Una sigaretta prima di rientrare a pranzo da mamma e papà. Davanti a scuola, o nel parchetto di fronte. Qualcuno nega: «Non è vero, i coltelli qui non girano».

Più d'uno ascolta e se ne va, senza fiatare. Qualcun altro ammette: «Conosciamo nostri amici che li portano a scuola, ma vanno in altri licei. A Serpentara, a Talenti, a Tiburtina. Invece questa è una scuola tranquilla. Al massimo la sera al pub di fronte arriva qualcuno a disturbare. Ma non è del nostro quartiere».

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