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Quei porti

Lasua anima, la leggenda, la mitologia senza tempo. Romolo e Remo, abbandonati lungo il fiume e cullati dalle acque del divo Tevere fino all'incontro salvifico con la Lupa. Dal mito della fondazione ai giorni nostri, il biondo fiume, è stato protagonista dell'espansione dell'attuale capitale d'Italia, un vivace centro fluviale, utilizzato per gestire campagne militari, commerci e trasporti di persone. Sulle sue sponde sono sorti moltissimi nuclei di ormeggio, poi diventati veri e propri porti, intorno ai quali si sono sviluppati magazzini, mulini ad acqua, fattorie, strade, centri abitati e ville. Eppure, fino al secolo scorso, Roma aveva appena quattro ponti e il passaggio da una sponda all'altra era garantito dalle tante imbarcazioni che animavano il Tevere (l'ultimo trasporto fu nel 1929 per i marmi destinati al Foro Italico). Con 130 illustrazioni in bianco e nero e a colori, tra cui numerose stampe a bulino e all'acquaforte, edite tra il '500 e l'800 il volume «Porti Antichi di Roma» sarà presentato oggi in via Poli 54, a Palazzo Trevi, (ore 17,30) dall'istituto Nazionale per la Grafica, da Editalia e dal Poligrafico e Zecca dello Stato. Si tratta di una particolare pubblicazione che strappa all'oblio gli approdi del Tevere, abbandonati, distrutti e ricostruiti nel corso dei secoli, i cui resti riposano sotto le acque di quello che può essere definito un fiume-museo, e dei quali rimane solo il ricordo, trasmesso dalle testimonianze degli autori classici, da dipinti, antiche stampe, litografie e qualche foto.

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