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Rissa, indagato il nipote del boss

Rissa, indagato il nipote del boss

Le forze dell'ordine sul luogo dell'omicidio

{{IMG_SX}} Si tratta di Alessandro Fasciani, 29 anni, figlio di Terenzio e nipote di Carmine considerato dalle forze dell'ordine al vertice dell'omonimo clan dedito a traffico di droga, estorsione e usura. Il sostituto procuratore della procura di Roma, Roberto Felici, lo ha iscritto nel registro degli indagati per i fatti di quella tragica notte. Infatti è sospettato di essere lui la persona alla guida del fuoristrada nero fuggito dal luogo della rissa mortale e intestato a Fasciani senior. In sua difesa è stato nominato un avvocato d'ufficio, Tommaso Fucà, che però fino a ieri non è riuscito a mettersi in contatto con Fasciani.

Neanche la polizia è riuscita a trovarlo. E non è escluso che il ragazzo nelle prossime ore possa costituirsi per chiarire la sua posizione. Sul movente che ha scatenato la violenza sembra assodata l'ipotesi che tutto sia nata per uno scambio di sguardi e di ghigni. Le scene di quella notte ieri mattina sono state ricostruite da due dei tre feriti in ospedale, cioè Santocarlo Cesare e Massimiliano Lustri (er Tapparella), ricoverati al Forlanini, ascoltati dal pm Felici alla presenza dei loro avvocati, Cristiana Terribile e Gianluca Arrighi. Vincenzo Pacchiarotti è ancora in coma farmacologico al San Camillo. La versione di Santocarlo Cesare la riferisce l'avvocato Cristiana Terribile. Con Gianfranco Boanavita e Vincenzo Pacchiarotti «vanno in un locale in via Portaportese, e intorno alle 4 del mattino decidono di fare colazione al Gran Caffè Imperiale, in via del Gazometro».

Lì arriva anche l'altra comitiva. A questo punto si aggiunge la presenza di Lustri. «Lui - racconta l'avvocato Gianluca Arrighi - trascorre la serata in discoteca all'Alibi con un suo amico, Luigi, autista del furgone col quale i due trasportano i mobili restaurati. In via del Gazometro vede l'auto dei suoi amici, un Suv Mercedes parcheggiato davanti all'Imperiale. Scende. Mentre consuma una bibita al banco, fuori scoppia la lite. In strada vede Gianfranco Bonavita già morente, e tre uomini sopra Vincenzo Pacchiarotti. Va verso di loro e mentre cerca di togliere i tre addosso all'amico, da dietro riceve tre coltellate, si gira e ne prende altre due al ventre. Rientra nel bar e sente gridare: "Scappa, scappa", poi vede alcune persone fuggire su una jeep nera».

L'amico Luigi nel frattempo se la dà a gambe: era uscito dal bar per sposatare il furgone in doppia fila che impediva di uscire a una vettura parcheggiata, e quando ha visto il parapiglia è scappato. A Lustri sono state mostrate della foto ma non ha riconosciuto i suoi aggressori. Per tutti e tre il pm ha chiesto la convalido del fermo per rissa aggravata e la misura cautelare in carcere, provvedimento che lascia perplesso Santocarlo Cesare: «Sono stato aggredito, ferito con 5 coltellate, e devo andare in carcere?». I parenti del deceduto, Gianfranco Bonavita, attraverso il loro avvocato Donato Prillo, fanno sapere di essere «rimasti scossi nel vedere il nome di Bonavita accostato alla possibilità di essere coinvolto in un regolamento di conti come appartenente a una banda rivale.

Lui non ha mai avuto imputazioni per possesso di droga a fini di spaccio, ma era soltanto un soggetto con problemi di tossicodipendenza. È stato un massacro contro persone che non sono state trovate in possesso di armi. La famiglia è sconvolta e si aspetta giustizia. La nostra ipotesi - ribadisce il legale - è che abbiano ucciso per futili motivi, prendendo spunto da una frase o da uno sguardo». L'autopsia dovrà anche stabilire se sono state utilizzate più armi.

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