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CASTA ITALIA

Ma quali stipendi, ai deputati tagliate i rimborsi d'oro

Ma quali stipendi, ai deputati tagliate i rimborsi d'oro

I banchi di Montecitorio

I deputati taglieranno i loro stipendi? Lo scopriremo (forse) lunedì, quando approderà in Aula la proposta di legge avanzata dal M5S (prima firmataria Roberta Lombardi) che vorrebbe dimezzare l’indennità parlamentare, cioè il compenso degli inquilini di Montecitorio che, dal 1° gennaio 2012, è di 5.246,54 euro netti al mese, a cui ovviamente vanno sottratte le addizionali regionali e comunali. In media, dunque, è di circa 5 mila euro netti per 12 mensilità (10.435 euro lordi).
Nel corso degli anni ci sono state alcune riduzioni di piccola entità. Ma il vero «business» dei deputati (e dei senatori) è dato dai rimborsi. È grazie a questi ultimi se la busta paga dei parlamentari cresce. Peraltro molti soldi incassati ogni mese dagli onorevoli vengono assegnati a forfait, senza le ricevute delle spese.
Partiamo dalla «diaria»: 3.503,11 euro al mese per pagarsi il soggiorno a Roma. Non si capisce proprio perché la ottengano anche i parlamentari che sono residenti ed eletti nella Capitale. «Tale somma - spiegano le regole di Montecitorio - viene decurtata di 206,58 euro per ogni giorno di assenza del deputato dalle sedute dell’Assemblea in cui si svolgono votazioni con il procedimento elettronico». Giusto. Peccato che «è considerato presente il deputato che partecipa almeno al 30 per cento delle votazioni effettuate nell’arco della giornata». Insomma è proprio difficile perdere la diaria anche se nel 2011 e nel 2012 l’ufficio di presidenza ha applicato un’altra decurtazione, fino a 500 euro mensili, per le assenze nelle Giunte, nelle Commissioni permanenti e speciali, nel Comitato per la legislazione, nelle Commissioni bicamerali e d’inchiesta e nelle delegazioni parlamentari nelle Assemblee internazionali.
Gli onorevoli possono contare anche sul «rimborso delle spese per l’esercizio del mandato»: 3.690 euro al mese. Una volta si chiamava «rimborso per il rapporto eletto-elettore» poi, quando è stato approvato il «Porcellum» e i parlamentari sono stati eletti semplicemente sulla base della loro posizione nelle liste e non più per i voti presi in singoli collegi, è stata resa più generica la dicitura. È stata anche modificata la modalità di assegnazione del contributo: il 50 per cento (1.845 euro) viene dato a titolo di rimborso per specifiche categorie di spese che devono essere attestate (collaboratori con contratto e pagamento dei contributi, consulenze, ricerche, gestione dell’ufficio, convegni politici, etc.), l’altro 50 per cento a forfait.
I deputati (e anche i senatori) non pagano le spese di trasporto in Italia. Hanno tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima e aerea. Per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino e tra l’aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio è previsto un rimborso spese trimestrale di 3.323,70 euro per il deputato che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l’hub più vicino al luogo di residenza, e di 3.995,10 euro se la distanza è superiore.
Gli onorevoli possono anche parlare al telefono senza pagare la bolletta. Ogni anno ricevono 3.098,74 euro per le spese telefoniche. Il cellulare, però, non è incluso. In alcuni casi ci pensano i partiti a donare telefonini e iPad ai loro rappresentanti.
Per l’assistenza sanitaria i parlamentari versano ogni mese in uno specifico fondo 526,66 euro, detratti dall’indennità. Soldi destinati al sistema di assistenza integrativa che dà rimborsi secondo quanto previsto da un tariffario.
Infine c’è l’assegno di fine mandato. Ogni mese i deputati mettono 784,14 euro in un fondo. Al termine del mandato ottengono una buonuscita pari all’80 per cento dell’importo mensile lordo dell’indennità, per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore ai sei mesi): quasi 50 mila euro. Il vero privilegio è che possono incassarne una parte rilevante (con specifica richiesta in banca) anche dopo sei mesi dall’entrata in Parlamento.
Per quanto riguarda la pensione, le cose sono più complicate. Il vitalizio non esiste più, anche se continuano ad averlo 2.600 ex politici. Dal 1° gennaio 2012 il trattamento pensionistico dei parlamentari è basato sul sistema di calcolo contributivo, come per gli altri lavoratori. Hanno diritto ad avere l’assegno al compimento dei 65 anni di età e a seguito dell’esercizio del mandato parlamentare per almeno 5 anni effettivi. Tuttavia per ogni anno di mandato ulteriore, l’età richiesta per la pensione è diminuita di un anno, con il limite a 60 anni. Il regolamento prevede la sospensione del pagamento della pensione qualora il deputato sia rieletto al Parlamento nazionale, a quello europeo o in un Consiglio regionale o sia nominato sottosegretario o ministro, assessore regionale o titolare di incarico istituzionale per il quale la Costituzione o altra legge costituzionale preveda l’incompatibilità con il mandato parlamentare. La sospensione è inoltre prevista in caso di nomina ad incarico per il quale la legge ordinaria prevede l’incompatibilità con il mandato parlamentare, se l’importo della relativa indennità sia superiore al 50 per cento dell’indennità parlamentare.
Intanto i partiti si preparano alla battaglia di lunedì. Il Pd punterebbe a un rinvio del voto, per evitare di bocciare la proposta del M5S sul dimezzamento dei compensi. Forza Italia rilancia e accusa di «demagogia e populismo» i grillini. Assicura che terrà una «posizione responsabile» e propone l’abolizione delle indennità parlamentari. Nella proposta di legge che stanno preparando il capogruppo Brunetta e alcuni tecnici il compenso degli onorevoli sarà definito in base a quanto risulterà dal loro reddito rilevato dal modello 730 o 740 al momento dell’insediamento in Parlamento con un tetto massimo di 240 mila euro lordi o quello più basso previsto per gli attuali deputati e senatori. Insomma ciascun parlamentare, una volta eletto, percepirà come reddito quanto guadagnava prima come lavoratore autonomo o dipendente. O, se non aveva entrate, otterrà un reddito minimo.
Dal canto loro, i parlamentari del M5S si appellano ai loro colleghi di maggioranza perché votino la legge «taglia stipendi». Farebbe risparmiare, prevedono, 87 milioni di euro.

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