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LA DIREZIONE DEL PD

Renzi alla minoranza: "Pronto a cambiare l'Italicum per salvare la riforma"

Cuperlo: "Se sei sincero cominciamo da domani. Senza accordo vero voto no e mi dimetto da deputato"

Renzi alla minoranza: "Pronto a cambiare l'Italicum per salvare la riforma"

La tenuta del Partito Democratico, apparentemente, sta tutta in una questione di tempo. Matteo Renzi, pur di ottenere il sì della minoranza Dem al referendum costituzionale, apre alla modifica della legge elettorale - partendo dal tema della eleggibilità dei senatori - ma pur prendendo l'impegno rimanda i cambiamenti a dopo il voto sul ddl Boschi. Gianni Cuperlo, tra i big della sinistra, apprezza la "mezza apertura" del segretario-premier ma gli chiede di fare un passo successivo, di "avviare il percorso da domani, senza aspettare il 4 dicembre". In realtà la faccenda è molto più complessa. Lo ricorda Piero Fassino nel suo intervento, quando sottolinea che "non ha senso parlare di accordo prima del referendum, perché non abbiamo i numeri sufficienti in Senato per decidere da soli e gli altri partiti non vogliono avviare la discussione prima del 4 dicembre". Ognuno resta sulle sue posizioni, insomma, e alla fine va in scena il solito epilogo: la relazione di Renzi viene approvata all'unanimità ma gli esponenti della minoranza hanno già abbandonato da alcuni minuti la sede del partito. Delusi dalla mancanza di vere aperture da parte del premier ma al tempo stesso sempre restii a pronunciare la parola scissione.

Le tensioni che hanno accompagnato la vigilia della Direzione Pd, con Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza che avevano di fatto ufficializzato il proprio no al referendum, hanno creato un clima da resa dei conti. Anticipato, peraltro, dalla contestazione nei confronti dei big della minoranza - Bersani in testa - da parte di alcuni militanti democratici all'esterno della sede del partito.

E che il clima fosse tutt'altro che idilliaco lo rende esplicito Matteo Renzi, che per una volta affronta il discorso di apertura della Direzione senza mai sorridere, senza battute, ma con un atteggiamento serio, con l'intenzione dichiarata di "smontare gli alibi della minoranza". Renzi esordisce dicendo che "gli italiani non sono interessati dalle nostre polemiche autoreferenziali" e poi accusa Bersani & Co, di aver "votato tre volte la riforma e ora sostenere di non essere d'accordo, ma ognuno farà i conti con la propria coscienza". Poi si arriva alla mano tesa: "Considero l'Italicum una buona legge - spiega il premier - ma la riforma costituzionale è più importante. E per salvare quest'ultima sono disposto a modificare la legge elettorale". Il modello indicato da Renzi come punto di partenza, il testo Chiti-Fornaro, prevede l'eleggibilità dei senatori. A lavorarci sarà secondo il segretario una commissione formata dal suo vice Guerini, dal presidente Orfini, dai capogruppo Zanda e Rosato e "da un'esponente della minoranza a scelta della minoranza". "La proposta arriverà in Parlamento - conclude Renzi - chiaramente dopo il referendum".

Ed è questo tentativo di prendere tempo che continua a dividere il premier dalla sinistra Dem. Perché per Gianni Cuperlo l'apertura "si ferma a mezza strada, ma voglio coglierla". "Però - aggiunge Cuperlo - andiamo a vedere la sostanza: facciamolo da domani, non da dopo il referendum". "Anche perché - conclude - se non ci sarà un accordo vero, io al referendum voterò no, e il giorno dopo mi dimetterò da deputato". Roberto Speranza giudica addirittura "non sufficiente l'apertura del segretario", ma al tempo stesso sembra scongiurare la scissione.

E dopo tre ore e mezza di una lunghissima - e inutile - discussione, a rimanere impresso è l'intervento di Roberto Giachetti, a metà tra il disperato e il paradossale: "Ma quando finirà questa odissea della legge elettorale? Qual è il punto di caduta? Non se ne può più". E' d'accordo con lui la stragrande maggioranza degli italiani.

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