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«Caro Silvio, non ti abbiamo mai capito»

Da Scalfari a Mauro, da D’Alema a Bersani: il mea culpa dei radical chic Il Cav fa festa con parenti e amici. Attacco a Renzi: «Democrazia a rischio»

«Caro Silvio, non ti abbiamo mai capito»

Berlusconi

«Se pensassi di entrare in politica, non farei il borgomastro di Milano ma fonderei un partito reaganiano, prenderei la maggioranza dei voti e governerei il Paese». Lo disse Silvio Berlusconi a Ezio Mauro, anni prima della «discesa in campo». Il giornalista torinese, per due decadi direttore di Repubblica ma all’epoca ancora alla Stampa, pensò sul momento a una boutade, tanto da non riferire nulla di quella frase all’editore Gianni Agnelli. Per sua stessa ammissione, «io sapevo, anche se non avevo capito nulla». Parole che fanno il paio con quelle vergate ieri da Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica, che all’epoca dell’esordio in politica del Cav scrisse un pezzo intitolato «Scende in campo il ragazzo coccodè». «Ma mi sbagliavo - ha ammesso - non era affatto il ragazzo coccodè e ce lo ritrovammo sul gobbo per 20 anni e ancora non è finito». È forse il regalo più inaspettato per il Cavaliere.


Nel giorno dei suoi 80 anni, riceve il riconoscimento di quell’intellighentia di sinistra che per oltre un ventennio lo ha avversato e lo ha considerato un intruso della democrazia. Invece oggi Massimo D’Alema di Berlusconi dice: «Non credevo, e parlo da politico professionale che ha fatto politica per tutta la vita, che si potesse diventare un politico di razza anche venendo da un altro mestiere. E lui ha saputo farlo». Pier Luigi Bersani - ieri era anche il suo compleanno, 65 primavere - arriva a dire che in Berlusconi «vedo, grattando grattando, da avversario naturalmente, un tratto di umanità che mi sento in qualche misura di condividere». Eppure fino a qualche anno fa, il Cavaliere è toccato un destino ancora peggiore del «Belzebù» che il quotidiano di Scalfari affibbiò a Giulio Andreotti. Caimano, mafioso di Arcore e altri epiteti di livello simile hanno puntellato le pagine di certa stampa e le argomentazioni di certi politici. Convinti che l’unimo modo per abbattere il Cavaliere fosse non dare mai legittimità alla sua opera politica. Non contestare le cose fatte o non fatte dai suoi governi, ma attaccarlo sul piano personale, cavalcando una vicenda giudiziaria che, a conti fatti, ha prodotto una sola condanna definitiva su 35 processi. Un atteggiamento che, forse, ha finito col rinforzare il Cavaliere.


Eppure, dopo vent’anni di Berlusconi - per metà, peraltro, governati dalla sinistra - in Italia non è arrivata la dittatura e la magistratura non è stata subordinata alla politica. Al punto che l’«undicesima domanda» che Mauro rivolge a Berlusconi (ne valeva la pena?) potrebbe essere girata proprio all’autore e chi ha condiviso due decadi di guerra mediatica: ne valeva davvero la pena? Intanto Berlusconi, che ieri ha festeggiato ad Arcore con una ventina di ospiti a cena - solo parenti e collaboratori strettissimi - ha fatto presentare dai suoi legali una istanza di legittimo impedimento per motivi di salute per rinviare l’udienza prevista a Milano per lunedì relativa al «Ruby ter», dove il Cav è imputato per corruzione in atti giudiziari. Berlusconi, infatti, volerà a New York per un controllo medico approfondito dopo l’operazione al cuore. Ieri, intercettato da una troupe di Politics, l’ex premier ha commentato brevemente il momento politico: «Vedo con pessimismo la situazione italiana, che è quella di non essere più una democrazia».

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