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Sgarbi: "D’Agostino è migliorato. Io no"

A 25 anni dal famoso schiaffo televisivo Vittorio e Roberto ancora insieme in tv. Il critico: "Ci ha fatto riappacificare la Gruber. Ora ci apprezziamo a vicenda"

Sgarbi: "D’Agostino è migliorato. Io no"

Sgarbi D'Agostino

A 25 anni dallo storico match televisivo con schiaffo tra Vittorio Sgarbi e Roberto D’Agostino i due tornano a incontrarsi in tv. Cosa è cambiato? «Lui è cambiato, in meglio», afferma Sgarbi. «Io, invece, resto sempre uguale».

 

 

Professor Vittorio Sgarbi, lei e Roberto D’Agostino siete stati mai veramente nemici?

«Non siamo mai stati amici, non ci siamo mai visti. Lui ha fatto qualche intervista dicendo che io avrei addirittura pensato di incontrarlo, cosa che invece non mi è mai passata per la mente. Ogni volta che qualcuno mi ha proposto di farlo ho declinato».

 

 

E allora?

«Una sera ci siamo incrociati dalla Gruber, perché c’è una prescrizione dei reati contro la memoria. Poi, in tempi più recenti lui, D’Agostino, ha preso posizione in mio favore. Nei primi tempi, allora, era lui a dirsi offeso, non si capisce di che cosa, così io non ho mai cercato di riappacificarmi e ho semplicemente escluso di poterlo incontrare, fino a quella volta dalla Gruber. Le cose si dimenticano e io non mi sono mai trovato nelle condizioni di valutare il suo merito, anche se Dagospia è stata una bella intuizione di comunicazione e lui, alle volte, ha osservato alcune cose che avevo fatto con attenzione. Passati 25 anni è come se non fosse capitato niente. Il nostro incontro, ora, è avvenuto per riparare a un torto di anni fa della Moratti, che censurò la mostra Arte e omosessualità. Cosa che oggi appare incredibile, e invece accadde. Con D’Agostino, così, abbiamo parlato di arte e omosessualità, in maniera accademica. Mi pare che lui sia rimasto molto soddisfatto».

 

 

L’incontro lo vedremo solo in dicembre?

«Sì, ma non è una cosa che dà molta soddisfazione sul piano personale, io rispondo a sue domande, mentre lui non è nemmeno in campo. Va in onda questo mio discorso come contributo al tema». Lei non sembra molto cambiato, D’Agostino, invece, è quasi irriconoscibile. «D’Agostino era più lieve, nel senso più vuoto, nella giovinezza e adesso è diventato più saggio e con più contenuti. Ha una casa piena di cose curiose, molto interessanti. Si è evoluto positivamente».

 

 

E lei?

«Non sono cambiato, tolti i problemi fisici che mi hanno tenuto in ospedale, il mio temperamento è sempre quello di un diciottenne con un minimo di avarizia in più rispetto alla mia ira. Il mio motto, anche con D’Agostino, era: "Non ritengo nessuno indegno della mia ira". In modo democratico, m’incazzavo con chiunque. Adesso, qualche volta, lascio perdere. Sono meno democratico, risparmio le mie ire».

 

 

Ma il centro della sua vita non è la difesa dell’arte?

«Quella si chiama indignazione, contro le cose che non funzionano. Poi naturalmente m’incazzo lo stesso, ma una volta lo facevo sempre, come con D’Agostino, oggi talvolta me lo evito».

 

 

Dopo questa trasmissione vi incontrerete ancora?

«Può darsi, ho visto e molto apprezzato le cose che ha comprato in questo grande emporio di arte contemporanea che è casa sua. Ha fatto un’operazione di documentazione interessante. Si può anche andare a trovarlo, per studiare il costume e l’arte del nostro tempo».

 

 

Cosa l’ha incuriosita di più?

«Mi ha fatto vedere il primo jukebox degli Anni Trenta, poi un altro fatto a ruota, cose di un gusto particolare, che è lo stesso di Renzo Arbore, che lui ha anche evidenziato di più. Nel complesso credo che lui sia rimasto ben impressionato dalle cose che gli ho detto e forse ha valutato, sulle polemiche di un tempo, di essere stato un po’ superficiale. Non meritavo, nemmeno 25 anni fa, di essere trattato come uno che non aveva fatto niente di buono, che poi fu la cosa che mi fece incazzare». 

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