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Da Renzi a Parisi fino a Di Maio. Leader rampanti ma con il tutor

I patriarchi sono vivi e lottano insieme a noi e in Italia non esiste leader, effettivo, aspirante o presunto che non abbia qualcuno della precedente generazione a condizionarne le mosse

Da Renzi a Parisi fino a Di Maio. Leader rampanti ma con il tutor

Napolitano

Ma quale parricidio, quale rottamazione. I patriarchi sono vivi e lottano insieme a noi e in Italia non esiste, al momento leader, effettivo, aspirante o presunto che non abbia qualcuno della precedente generazione a condizionarne le mosse, nel bene o nel male. Il duo Napolitano-Renzi, ad esempio, parla chiaro. Fu Re Giorgio, quando era in carica, ad incensare a premier l’allora sindaco di Firenze, a seguire passo passo la genesi della riforma costituzionale. E ogni volta che per Renzi butta male, Napolitano mette fuori l’altoparlante da Palazzo Giustiniani e dice la sua. Come in questi giorni. Renzi è assediato dalla sinistra del suo partito, tampinato dall’Anpi schierato sul no, posizione abbracciata anche dalla Cgil. Butta male nei sondaggi e sull’economia. E allora arriva il buon Giorgio che l’altro ieri ricorda, in una unga intervista a Repubblica, come sia «davvero surreale l’infuriare di una guerra sul referendum costituzionale» e come «mettere a rischio la continuità dell’azione del governo oggi esponga il Paese a serie incognite». Tuttavia, suggerisce a Renzi di «promuovere una ricognizione tra le forze parlamentari per capire quale possa essere il terreno di incontro per apportare modifiche alla legge elettorale». Passa qualche ora e Renzi fa capire di aver recepito il messaggio, parlando a Telenorba: «L’Italicum non piace? E che problema c’è?», dice «discutiamola, approfondiamola, ma facciamo una legge elettorale migliore di questa». Dimostrazione di grande disciplina, quasi pari a quando, alcune settimane fa, riconobbe che «il padre di questa riforma ha un nome e un cognome, che è quello del Senatore a vita Giorgio Napolitano». Insomma, domine, non sum dignus. Nel lato opposto del cielo, l’estate è stata illuminata da Stefano Parisi, che alla fine di questa settimana a Milano farà splendere i suoi «Megawatt» (il nome della sua convention) sul centrodestra. Da Berlusconi, dopo le Amministrative, ha ricevuto l’incarico di fare la radiografia ad una Forza Italia che non vive il suo momento migliore. Ma, nonostante il mantra parisiano sia quello di «dare una mano», non è un mistero che stia studiando da leader. Sceglie gli interlocutori nel mondo dell’industria, dialoga con esperti in vari campi, e prepara il suo grande appuntamento di Milano. In cui la porta ai politici già in carica è aperta, ma il microfono no. Berlusconi segue costantemente le manovre, legge report, consiglia. E cerca di spegnere i furori che vengono da quella parte di Forza Italia pronta a ingaggiare duello al comparire di un «Papa straniero». Perché quello di coinvolgere l’universo pulsante al di fuori dei palazzi, per il Cavaliere è un pallino dal ’94. Infine, Beppe Grillo. Si era speso per mesi ad invocare il proprio «passo di lato», ad esaltare i suoi «bravissimi ragazzi», e il suo «maledetto sei il leader» lanciava Luigi Di Maio verso il firmamento della premiership. Però, dopo la gloria delle amministrative, la conquista di Roma e Torino, molto è andato storto. La giunta Raggi, nella prova più importante di amministrare la Capitale, si avvita su se stessa, tra il caos nomine, assessori che vanno e vengono e l’indagine a carico di una di essi, Paola Muraro. Con un «direttorio» in tilt, è Grillo a prendere in mano la situazione, scende a Roma, depotenzia (almeno mediaticamente) Di Maio, lancia Di Battista, rassicura gli elettori. E, soprattutto, entra a piedi uniti nell’attività di Virginia Raggi. Dà la linea sulle Olimpiadi, pubblicando sul suo blog un intervento di Elio Lannutti con un titolo perentorio «Olimpiadi no grazie». Pare che stia intervenendo anche sulla scelta della casella, rimasta vuota, dell’assessore al Bilancio. E poi c’è anche il caso di chi, appartenendo ad una generazione politica che non si vuole far archiviare, prova rientrare al centro della scena. È il caso, ad esempio, di Massimo D’Alema che la scorsa settimana nel Cinema Farnese ha lanciato la riscossa del No al referendum chiamando alla pugna i vecchi Ds. E, nella Lega, è duello tra due visioni di partito, quella movimentista del Segretario Salvini, e quella dialogante e di ispirazione governativa, che rifugge il lepenismo, promossa da Roberto Maroni, di nuovo in prima linea nel dibattito interno al partito. Insomma, è sempre tempo di tutor, e i padri nobili sono ancora a pieno servizio.

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