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L’omaggio della marcia nera allo scrittore suicida

Il 21 maggio 2013 Venner si tolse la vita per «risvegliare l’Europa in letargo»

L’omaggio della marcia nera allo scrittore suicida

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«Scendiamo in piazza nel terzo anniversario della morte di Dominique Venner che col suo gesto ci ha insegnato a non arrenderci a tutto quello che sta succedendo come qualcosa di ineluttabile, ma di alzare la testa e compiere gesti che risveglino le coscienze». È il nume tutelare per il quale i ragazzi di CasaPound a Roma - e gli omologhi in altre quattro capitali d’Europa - sfileranno oggi in corteo: uno scrittore - premiato anche dall’Académie française - che si è immolato come gesto di «affermazione» per risvegliare «l’Europa in letargo», per dirla con Alain de Benoist suo amico. Eppure, leggendo i proclami e le minacce di chi vuole impedire a tutti i costi la manifestazione del movimento non conforme, non una parola è stata spesa sul reale motivo del corteo internazionale. A questo punto allora è interessante capire chi è stato Dominique Venner, personaggio ancora poco conosciuto in Italia, e perché si organizzano celebrazioni in tutta Europa nel suo nome.

Tutto inizia il 21 maggio 2013 quando da Parigi arriva la «sveglia», il richiamo per la generazione identitaria. Venner - storico, scrittore ed esponente nazionalista 78enne - all’interno della cattedrale di Notre-Dame, alle 4 di pomeriggio, compie il suo gesto: con un colpo di pistola si toglie la vita. Nelle prime ore i media raccontano così l’accaduto: «Attivista anti-gay si uccide nella cattedrale di Notre-Dame». In realtà - dopo la banalizzazione giornalistica - si scoprirà presto il perché del suo gesto: non un atto estremo a vocazione omofobica contro il mariage pour tous né l’atto di «un uomo disperato» come commentò l’allora ministro dell’Interno Valls. Tutto il contrario. «È stato un gesto di insurrezione contro l’apatia, si è trattato di un gesto sacrale», spiega una delle cinquanta persone scelte personalmente da Venner a cui è stata fatta recapitare la lettera di commiato. Un gesto di insurrezione, il suo, contro l’affronto all’identità europea scaturito dal combinato disposto dell’immigrazione massiva e della decostruzione del concetto di società (di cui la famiglia-clan è il nucleo originario). Come afferma lo scrittore Adriano Scianca - che ha curato la prefazione de Un samurai d’occidente , il libro-testamento di Venner appena uscito per Settimo Sigillo - l’apparente abbandono nichilista di Venner è, a una lettura comparata con la sua stessa vita, in realtà un gesto di concretezza: «Rispetto all’attacco all’Europa Venner non si presenta più con le vesti auree ma in fondo rassicuranti del precursore, dell’anticipatore. Al contrario, egli è nella crisi, dentro la tempesta. Non è la vedetta che annuncia le prime avanguardie del nemico, è colui che già dentro la mischia e nell’apparente disfatta richiama all’ordine, serra i ranghi, ridona ragioni per combattere e vincere, a costo del proprio sacrificio». Tutto ciò dimostra perché Venner è stato scelto dagli identitari europei come una delle figure su cui costruire una contro-narrazione rispetto all’inevitabilità dell’Europa «sostituita» sul modello dei quartieri di Bruxelles. Lo spiega lui stesso: «Di fronte agli immensi pericoli per la mia patria francese ed europea, ritengo necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci sopraffà. Offro quel che rimane della mia vita nell’intenzione di una protesta e di una fondazione». Un darsi la morte come gesto estremo di impegno. Perché, a suo avviso, un europeo non può più fare finta di nulla davanti a un’Europa sotto attacco.

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