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Export di armi made in Italy. Vendita triplicata in un anno

Bombe, missili e siluri. Impennata verso i paesi in guerra Più 200% di autorizzazioni. Egitto e India tra i clienti migliori

Oltre 8,2 miliardi euro. È il valore delle esportazioni di armi da parte dell’Italia nel 2015. Un fatturato che è quasi triplicato in soli 12 mesi. Nel 2014, infatti, le licenze concesse erano pari a 2,9 miliardi. Nel giro di 12 mesi il volume d’affari è aumentato, coinvolgendo le principali aziende impegnate nella vendita di armamenti e supporti logistici: Aermacchi, Augusta Westland, Ge Avio, Selex Es, Elettronica, Oto Melara, Intermarine, Piaggio Aero Industries, Mbda Italia e Industrie Bitossi. E tra i Paesi che contano nel portafoglio clienti dell’Italia, ci sono anche l’India (passata da 57 a 85 milioni di acquisti in armamenti) e l’Egitto che, prima della vicenda di Giulio Regeni, ha speso 37 milioni. È quanto emerge dalla relazione su "Le operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento" del 2015, e inviata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri lo scorso 18 aprile.

I principali destinatari dell’industria bellica italiana sono i Paesi dell’Unione Europea e della Nato, con il 62,7% del valore totale. L’aumento di questa quota fa scendere in proporzione quella del valore delle autorizzazioni destinate ai Paesi di Nord Africa e Medio Oriente (11,8%), che resta tuttavia consistente e in crescita: 931 milioni di euro a fronte dei 740 del 2015. Verso l’Estremo Oriente va invece il 18,3% dell’export, pari a 1,4 miliardi di euro. Anche questo è un valore in crescita, che segna un +7,3% rispetto al 2014.

 


EXPORT VERSO PAESI IN GUERRA

Iraq, Arabia Saudita, Turchia, Colombia e Pakistan. Solo solo alcuni dei Paesi verso i quali c’è stata l’impennata di esportazioni di armamenti come razzi, missili, software, siluri, apparecchiature elettroniche, agenti tossici e chimici. I destinatari, però, sono per la maggior parte Paesi in guerra non solo in Medio Oriente, ma che in Sudamerica. Tra i nuovi acquirenti compare l’Iraq, che nel 2015 ha fatto acquisti per oltre 14 milioni di euro. I prodotti più richiesti sono armi leggere e munizioni, con in prima fila Beretta.

Le esportazioni verso la Turchia sono passate da 53 a 129 milioni. Uno degli articoli chiave sono stati gli elicotteri T129, costruiti su licenza di Finmeccanica. Il Pakistan, invece, ha letteralmente moltiplicato le importazioni dall’Italia, passando da 16 a 120 milioni. Restando in Asia un altro cliente di peso è l’India, con cui da anni si combatte per riavere i marò. Ma New Delhi, nel 2015 ha portato nelle casse italiane 85 milioni di euro per l’acquisto di armi, a fronte dei 57 spesi in passato. Bombe, siluri, razzi e missili sono stati venduti anche in America Latina, in particolare in Colombia, un Paese che solo ora prova a mettersi alle spalle mezzo secolo di conflitto tra l’esercito e i guerriglieri marxisti delle Farc. Infine, l’Arabia Saudita, impegnata dallo scorso anno in un’offensiva aerea e terrestre per contrastare i ribelli sciiti dello Yemen: dall’Italia a Riad sono arrivati esplosivi, attrezzature elettroniche, siluri, razzi e missili, per un valore complessivo di 45 milioni di euro.

 


LE ARMI VENDUTE ALL'EGITTO

Armi automatiche fino ai 20mm di calibro, bombe, siluri, razzi, missili e le relative munizioni. E ancora: gas lacrimogeni, agenti «tossici, chimici o biologici e materiali radioattivi». Ma anche materiale logistico, come apparecchiature elettroniche e specializzate «per l’addestramento militare o per la simulazione di scenari militari», aeromobili e «equipaggiamenti di protezione». Il tutto per un valore di 37 milioni di euro solo nel 2015. Nel resoconto diffuso dal Senato sulle autorizzazioni alla vendita di armamenti relative all’anno scorso, l’Egitto occupa un posto importante. Già a febbraio scorso la "Rete disarmo" ha denunciato che l’Italia ha continuato il suo export bellico verso Il Cairo nonostante il Consiglio dell'Unione europea, nell’agosto 2013, abbia decretato la sospensione delle licenze di esportazione «di Armi e materiali utilizzabili a fini di repressione interna», alla luce delle pesanti violazioni dei diritti umani operate dalle autorità egiziane.

Questo, però, non ha impedito il giro d’affari milionario. «Noi pretendiamo che tali forniture siano bloccate immediatamente - ha detto all’Agenzia Dire Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international Italia - nonostante la feroce repressione che il governo conduce in questo Paese». L’Italia, ha ricordato Noury, «sta assumendo una serie di misure verso l'Egitto volte a ottenere la piena verità sull'uccisione del giovane ricercatore veneto. Per coerenza - ha osservato il portavoce dell’ong - dovrebbe integrare queste iniziative con la sospensione di ogni fornitura militare». Negli ultimi tre anni, secondo Noury, «spicca la quantità di equipaggiamenti vendute al governo del presidente Abdel Fattah Al-Sisi». Accanto alle armi, infatti, c'è anche il materiale logistico, come apparecchiature elettroniche e specializzate «per l'addestramento militare o per la simulazione di scenari militari», aeromobili e «equipaggiamenti di protezione».

 


VERSO L’AFRICA

È a sud del Sahara che la crescita delle esportazioni di armi italiane è più forte. Secondo le tabelle contenute nella relazione del governo per il 2015, consegnata al parlamento, nell’arco di due anni il valore delle vendite italiane ai governi della regione è passato da meno di due milioni di euro a quasi 153 milioni di euro. Nel 2015 all’incremento hanno contribuito in modo particolare Zambia e Kenya. Se Lusaka è passata da zero a 98 milioni di euro, affermandosi come 11° destinatario assoluto delle esportazioni italiane, Nairobi ha aumentato il valore degli acquisti di 50 volte, da 472 mila a 25 milioni di euro. A sud del Sahara l'incremento è stato ancora piu' marcato rispetto al Nord Africa. Nel 2015 in quest’area il Marocco è cresciuto da 518 mila a quasi 20 milioni di euro. In calo invece gli acquisti dell’Algeria, da 61 a 30 milioni.

 


LA POLEMICA

Il giro d’affari miliardario che genera la vendita di armi, però, non è sfuggito alla polemica. Nella relazione annuale del governo si legge che il «ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, congiuntamente con quello della Difesa, ha proceduto alla periodica valutazione della congruità delle spese militari dei Paesi che ricevono dall'Italia aiuti allo sviluppo, e ha partecipato attivamente alle riunioni della Commissione alla quale è affidata la tenuta del Registro nazionale delle imprese e consorzi di imprese operanti nel settore dei materiali di armamento (Rni), istituito presso il ministero della Difesa». Nel testo si legge inoltre che il Ministero «ha partecipato attivamente ai fora negoziali multilaterali riguardo alla lotta al traffico illecito delle armi leggere e di piccolo calibro». Alla luce del bilancio illustrato si conclude che «si è consolidata la ripresa del settore della Difesa a livello internazionale, già iniziata nel 2014, dopo la fase di contrazione del 2013».

Giorgio Beretta, esperto dell’Archivio disarmo e dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal), parlando con l'Agenzia Dire ha dichiarato: «L'Italia avalla tutto, non opponendo mai alcun rifiuto e mettendo in questo modo a rischio la sicurezza comune». Secondo Beretta, al di là dell’incremento esponenziale delle vendite a colpire è il fatto che «nel 2015 l’Italia non ha mai emesso dinieghi all’export». «Autorizzare qualsiasi transazione - ha sottolineato l’esperto - mina alla base la posizione comune dell’Unione europea sulla vendita delle armi: uno strumento importante, che impone ai Paesi favorevoli a una determinata vendita di spiegare perché hanno una posizione differente da quella di chi invece si era opposto». Se l’Italia avesse bloccato la vendita delle 3000 pistole e dei 3600 fucili consegnati all’Egitto nel 2015, ha sottolineato Beretta, ogni altro Paese dell’Ue pronto a soddisfare la domanda de Il Cairo avrebbe dovuto chiedere le motivazioni di Roma e spiegare le ragioni di un’eventuale via libera. L’idea alla base della posizione comune, articolata in otto punti, è impedire la concorrenza sleale. Ma sul piano politico, evidenzia Beretta, «si tratta di rafforzare la sicurezza comune impedendo il trasferimento di armi a governi che violano i diritti umani o che intervengono militarmente senza un mandato delle Nazioni Unite, come sta facendo l’Arabia Saudita in Yemen».

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