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Il bluff dei regolamenti anti-lobby

Il Codice etico vale solo per i deputati e non prevede pene per i trasgressori E in Parlamento vengono ignorati da mesi diciotto disegni di legge più incisivi

Il bluff dei regolamenti anti-lobby

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Cosa accadrebbe se si scoprisse che un importante imprenditore ha fatto un lussuoso regalo a un ministro italiano? Probabilmente nulla. Ma come, non era stato approvato un «codice etico» che avrebbe permesso una volta per tutte di regolamentare finalmente il fenomeno delle lobby? Certo, ma al momento vale soltanto per i deputati e, soprattutto, non prevede alcuna sanzione.

La questione è alquanto delicata e confusa. Non è bastato, infatti, il «Total gate», con l’ex ministro Federica Guidi nel mirino per i presunti favori concessi al compagno Gianluca Gemelli, a spingere il governo e il Parlamento a intervenire. O meglio, qualcosa si è fatto, ma è ancora troppo poco. La Giunta del regolamento della Camera ha recentemente approvato il «Codice etico per i deputati». Che prevede, tra le altre cose, il divieto per gli onorevoli di accettare regali che abbiano un valore superiore a 250 euro (inizialmente la soglia era 200 euro, ma è stata rivista al rialzo). Per i trasgressori, però, l’unica punizione prevista è la pubblicazione sul sito della Camera. Non solo: essendo stato approvato a Montecitorio, il codice vale solo per i deputati, ma non per senatori o ministri.

La settimana prossima, martedì 26 aprile, la Giunta tornerà a riunirsi per varare la seconda parte del codice, un vero e proprio regolamento sull’attività di lobbying, preparato anche questo da Pino Pisicchio, decano del Parlamento. Sono stati presentati una quarantina di emendamenti, ma stando a quanto rivelato da Pisicchio, dovrebbero essere respinti per favorire l’immediata entrata in vigore del provvedimento. Tra gli emendamenti destinati a rimanere lettera morta, quelli del MoVimento 5 Stelle che avrebbe voluto sanzioni sia nei confronti dei lobbisti, la cancellazione dall’apposito registro, sia degli eletti, con pene pecuniarie e sospensione dai lavori dell’Aula.

Per dare un segnale forte sulla questione, però, più che un regolamento occorrerebbe un vero e proprio disegno di legge. Al Senato in realtà ce n’è uno in particolare che giace da tempo in Commissione Affari Costituzionali. Tra i 18 ddl presentati sul tema in questa legislatura, infatti, è stato adottato come base di partenza quello firmato dagli ex grillini Luis Alberto Orellana e Lorenzo Battista. Il termine per la presentazione degli emendamenti è stato più volte rinviato, ma stavolta è imminente: mercoledì prossimo, 27 aprile. Dopo la discussione in commissione, però, dovrà esserci la calendarizzazione in Aula e poi tutto l’iter legislativo. Si dovrà aspettare a lungo, insomma.

Sarà comunque la volta buona? Difficile a dirsi, perché la storia delle leggi sulle lobby in Parlamento è piuttosto lunga. La comunità digitale apartitica «Riparte il futuro» nei giorni scorsi ha sottolineato come «dal 1948 al 2012, dalla I alla XVI legislatura parlamentare, i disegni di legge in materia sono stati ben 51. Nessuno di questi è stato mai approvato e solo 6 sono stati esaminati dalle Commissioni competenti ma mai discussi in Assemblea». Non a caso l’associazione ha rilanciato la campagna #occhiaperti pubblicando anche un corposo dossier (visibile al link www.riparteilfuturo.it/blog/articoli/occhi-aperti-sulla-regolamentazione-del-lobbying) su quello che andrebbe fatto per affrontare seriamente il fenomeno. Tra le varie proposte l’istituzione di un registro pubblico obbligatorio dei lobbisti, l’introduzione di un’agenda pubblica degli incontri tra politici e lobbisti, un serio quadro sanzionatorio. A vigilare sul registro ci dovrebbe essere poi un’autorità indipendente come l’Anac o l’AgCom. Tutte buone idee, in parte previste nelle varie proposte in discussione in Parlamento. A mancare, finora, è stata la volontà politica.

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