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«Era un despota che premiava solo la fedeltà»

Parla Zaccagnini, dissidente M5S della prima ora: «Il figlio Davide e il Direttorio cercheranno un compromesso Grillo resterà in disparte»

«Era un despota che premiava solo la fedeltà»

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«Ora si apre la successione al potere. Da tempo nel M5S non si pensa ad altro». Dalla notizia della morte di Gianroberto Casaleggio sono passate poche ore ma per Adriano Zaccagnini - deputato di Sinistra Italiana, tra i primi a lasciare il MoVimento 5 Stelle, nel giugno 2013 - è già il tempo di fare i conti con il dopo. La sua frase sui social si attira le critiche dei vecchi compagni di viaggio, ma Zaccagnini non fa marcia indietro. D’altronde già quello che disse all’indomani dell’addio mostrava quanto poco idilliaci fossero i suoi rapporti con la «governance» del MoVimento: «Non è Grillo il problema, ma l’approccio aziendalista del M5S, lo staff di cui si sta fidando».

Onorevole Zaccagnini, qual è stato il suo primo pensiero alla notizia della morte di Casaleggio?

«Ho provato grande sconforto. Se ne va un personaggio importante della politica, che io ho sempre considerato un avversario e mai un nemico».

Sui social, in realtà, ha scritto anche altro.

«E lo confermo. Le notizie sulla malattia di Casaleggio erano note e da settimane si rincorrono le indiscrezioni su chi sarà il delfino "politico" e chi invece erediterà la macchina organizzativa del MoVimento. Oggi questi temi sono ancora più d’attualità».

Si riferisce a Davide Casaleggio e a Luigi Di Maio?

«A Davide, certo. E, in quanto ai parlamentari, a Di Maio ma non solo. Davanti al MoVimento 5 Stelle ora si aprono tre strade. Se prevarrà la tendenza dispotica si assisterà a una successione di tipo dinastico, con al timone di comando il figlio di Casaleggio e uno staff sul quale continua ad aleggiare il mistero. La seconda ipotesi è che gli esponenti del "Direttorio" trovino un compromesso con Davide per approfittare della situazione e conservare la visibilità finora ottenuta. A quel punto il resto dei parlamentari non potrebbe contare su leader in grado di condurre una battaglia contro questo epilogo. Infine l’ipotesi più democratica: la creazione di uno statuto e di processi di selezione della classe dirigente come quelli degli altri partiti. Lo scenario migliore, ma temo il più improbabile».

Che ricordo porterà con sè di Casaleggio?

«Quello di una persona colta e intelligente. Ma che ha utilizzato queste sue capacità non per innovare realmente la politica, bensì per creare un partito azienda che lui ha guidato da manager dispotico».

Si spieghi meglio.

«Ha governato il MoVimento con la logica del "divide et impera". È stato lo stesso metodo attraverso è stata selezionata la prima classe dirigente dei Cinquestelle. Favorendo una conflittualità interna per vedere chi stava dalla propria parte e poi premiarlo. Si sono creati legami peggiori di quelli dell’odiata partitocrazia. Laddove contava il consenso, nel MoVimento 5 Stelle è subentrato il concetto di fedeltà al capo. Una sorta di setta in cui Casaleggio poteva decidere della vita e della morte mediatica dei suoi parlamentari. Credo che Gianroberto si sia reso protagonista di un arretramento democratico del MoVimento, coinciso con quel passaggio mai chiarito da "consulente tecnico" a cofondatore».

Crede che Grillo ritornerà in un ruolo di primo piano per accompagnare questa fase di «transizione»?

«No, continuerà a mettersi "di lato". D’altronde lui è sempre stato l’attore politico, ma l’autore era un altro. Peraltro, se il MoVimento dovesse franare a causa delle faide interne che gli iscritti conoscono molto bene, Grillo verrebbe indicato come il capro espiatorio. Invece credo voglia lasciare quel ruolo ai cinque del Direttorio».

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