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Ecco la «voragine della vergogna»

A 15 anni dalla tragedia appare ancora così via di Vigna Jacobini Persero la vita 27 persone, tra cui 6 bambini. L’inchiesta: tutti assolti

16 Dicembre 1998, ore 3.06. Andò molto peggio di quanto accaduto la scorsa notte al Flaminio quasi alla stessa ora. Roma si sveglia con un pugno allo stomaco. Nessun segno premonitore. Crolla la palazzina di cinque piani al civico 65 di via di Vigna Jacobini al Portuense, annientando la vita di 27 persone tra cui 6 bambini. Solo in 8 riuscirono a salvarsi perché fuori casa o in viaggio. Da quel giorno, per un po’ ci si interrogò sul problema cruciale della stabilità e sicurezza dei palazzi della Capitale. Poi per 15 anni rimase in bella mostra quella che i residenti ribattezzarono la «voragine della vergogna»: il punto del crollo diventato una specie di bosco con la vegetazione debordante e gli alberi alti, che oggi, anche se col recinto fatto mettere dal Comune dopo le pressanti richieste degli ex residenti, è ancora lì. Finì con l’assoluzione di tutti i presunti responsabili. Un’inchiesta lunghissima. Con le famiglie delle vittime che ancora oggi non si danno pace. Finì come finiscono tante tragedie in Italia: sciagura senza colpevoli. La colpa del fatalismo. A pochi metri, da quel «buco nero», una lapide ricorda chi per la conclamata fatalità perse la vita tra le mura di casa. C’è ancora qualche anziano abitante della zona, come la signora R. F., che, ieri più che mai, ha ancora impressi negli occhi quei ricordi struggenti: «Sa, per queste cose poi non paga nessuno». «Quello che mi auguro è che stavolta per i residenti del Flaminio ci sia un’inchiesta veloce e si provveda loro. All’inizio dicono sempre che risolveranno, ma poi non si risolve nulla. E spero che si trovino i colpevoli. Non come è stato per noi».

 

A parlare è Roberto Anconetani, presidente del Comitato vittime del Portuense. Sua madre si è salvata perché ricoverata in ospedale, e lui quella notte non era nel suo appartamento. I superstiti di Vigna Jacobini, come lui, sono stati sistemati in case popolari a Testaccio, «ma non abbiamo recuperato le proprietà, le nostre case acquistate con sacrifici. E niente risarcimenti. La trattativa è stata lunga con tutti i sindaci, da Veltroni in poi, anche per la possibilità di vendere il terreno di nostra proprietà dove sorgeva lo stabile o per ricostruire, ma si è arenato tutto». La speranza di una ripresa del dialogo «è l’ultima a morire». Scarsa manutenzione, lavori fatti male, i gangli della burocrazia incombenti e pure altro: per affrontare l’argomento a Roma serve che ci scappi il morto o che venga giù qualche palazzo. Storie simili, concause diverse. «Ad oggi non esistono controlli sui fabbricati della città, è tutto lasciato al buon cuore di chi amministra i condomini. A seguito del crollo di Vigna Jacobini, il Comune istituì il fascicolo di fabbricato per tutti gli edifici, ma è stato annullato nel 2008 dal Consiglio di Stato. Roma sotto il terreno è vuota, dunque sarebbero necessari periodici monitoraggi», evidenzia l’avvocato Francesca Silvestrini, una vita spesa a difendere i residenti di quel crollo. «Abbiamo provato che al piano terra dove c’era una tipografia diventata industriale, lì dove operavano i pilastri, grandi macchinari provocavano vibrazioni e molto calore, e i cicli termici ripetuti la perdita d’acqua del calcestruzzo che negli anni ha finito per sbriciolarsi. Ma gli ultimi periti l’hanno ritenuto ininfluente». «Non si possono fare paragoni tra le due vicende», dice Alessandro Picone. Lui quella notte perse sorella, cognato e due nipoti. «Hanno detto che è stato costruito male il palazzo, ma è venuto giù in tre secondi e mezzo. Le responsabilità c’erano sicuramente e non sono state purtroppo trovate. Il terreno dove sorgeva la palazzina? Il Comune ci ha preso in giro per anni, è stato tutto un rimbalzarsi di permessi». «Qui in Italia non c’è giustizia quando si è poveri. Sto ancora male a parlarne», aggiunge con la voce rotta Stefania Romani. Quello che è accaduto sul Lungotevere Flaminio le ha resa più vivo quella maledetta notte lontana ma ancora presente in cui perse mamma e fratello. «E oltre il dolore, ci hanno detto che dovremmo iniziare a pagare gli arretrati degli affitti per quattro anni, cosa scongiurata sotto Rutelli. Con gli interessi. Il Comune? Marino, da ultimo, non si è occupato di nulla: contatti con assessori e segretarie. Tante belle parole».

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