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Ganzer, generale infangato e riabilitato

Ex capo del Ros dei carabinieri era stato accusato di traffico internazionale di droga La Cassazione lo ha assolto da tutti i reati che gli avevano contestato i pm milanesi

Lo hanno dipinto come un narcotrafficante internazionale pronto a tutto, anche a violare le leggi e ingannare i superiori, pur di fare carriera; l’hanno accusato, lui e gli altri ufficiali e sottufficiali, di spacciare e raffinare stupefacenti e lasciare liberi di agire pericolosi latitanti appartenenti ai peggiori «cartelli» della droga; gli hanno contestato, infine, di far parte di una spregiudicata associazione a delinquere composta da un nucleo di uomini dedito al riciclaggio di centinaia di milioni di lire sequestrati nelle operazioni antidroga.

 

UNA STORIA SPORCA E invece, dopo 15 anni di schizzi di «fango giudiziario», il generale Giampaolo Ganzer, ex capo del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, può tornare a riprendersi la sua vita. E può farlo grazie alla sentenza della Cassazione che ha «svuotato» quelle accuse riducendo a poco più di nulla i fatti contestati dai procuratori milanesi Daniele Borgonovo, Luisa Zanetti e l’aggiunto Ferdinando Pomarici che, dopo vari approdi, avevano ereditato l’inchiesta avviata nel 1997 dal pm di Brescia Fabio Salomone. E così, dunque, l’uomo che per anni ha incarnato la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, per poi ritrovarsi alla sbarra con accuse gravissime ma ignorate dai governi di destra e sinistra che, non a caso, lo hanno sempre lasciato al suo posto, non ha mai fatto parte di una banda di delinquenti che, approfittando della divisa del Ros, per «carriera, visibilità e prestigio», come scrissero i pm, avrebbe importato e venduto droga poi finita nelle mani dei clan.

 

I FATTI Le accuse al generale, che in primo grado gli sono costate una condanna a 14 anni, ridotta a meno di cinque in appello, riguardano presunti reati commessi nel periodo di tempo che va dal 1991 al 1997. Nel mirino dei magistrati sei operazioni che portarono al sequestro di eroina e hashish, ma anche di armi, lanciamissili e munizioni. Fin dall’inizio Ganzer si dichiara estraneo a ogni contestazione. Pur indagato, e poi imputato, continua a infliggere colpi durissimi ai narcotrafficanti.

 

LA DIFESA Di fronte alle certezze dei pm spiega di aver sempre verificato la correttezza delle operazioni eseguite, pur non avendone preso parte direttamente; racconta il modus operandi delle sue attività sotto copertura; sottolinea di aver sempre tenuto informate le procure e ordinato di non perdere mai di vista i carichi di droga. Ma, in particolare, evidenzia come l’operazione snodo di tutte le altre, denominata Hope, fosse a lui sconosciuta, perché a quel tempo non guidava il reparto antidroga e perché divenne capo del Ros quando era già conclusa. I suoi coimputati, insomma, Ganzer non li conosceva nemmeno all’epoca dei fatti. Niente da fare. I pm vanno avanti, insistono, parlano di importazione, detenzione e cessione di cocaina ed eroina, lo accusano di aver sfruttato le deroghe che la legge concede a chi agisce in prima linea (consegna controllata della droga, acquisto simulato, ritardati nei sequestri e negli arresti dei trafficanti). Il tutto a un solo fine: creare il traffico per poi debellarlo facilmente con operazioni sfolgoranti, di grande visibilità e sicuro successo. Ogni replica appare inutile: la dimostrazione di aver sempre combattuto il narcotraffico, ignorata; l’evidenza che cercare visibilità e fama fosse illogico, visto che 30 anni di successi nella lotta al terrorismo e alle mafie li avevano già resi un obiettivo acquisito, non presa in considerazione; gli arresti di pericolosi latitanti e il sequestro di tonnellate di droga e miliardi di euro, valutati ininfluenti; la rivendicazione che il suo metodo, fatto di attività sottocopertura e indagini antiriciclaggio, venne valutata efficace e perciò normata nel 2006, messa da parte. Tutto inutile, insomma.

 

LA PRIMA CONDANNA Nell’aprile del 2010, infatti, alla fine del processo di primo grado, i pm chiedono per Ganzer 27 anni di carcere, ma i giudici gliene infliggono «solo» 14 per due segmenti delle operazioni condotte, e imputano al generale l’accordo con «pericolosissimi trafficanti» lasciati impuniti e liberi di vendere in Italia chili di droga. A cadere, da subito, è l’associazione a delinquere, che pure reggeva l’intero impianto accusatorio.
Ganzer resta al comando del Ros, nessuno lo caccia via e il Comando generale dell’Arma, all’epoca guidato dal generale Leonardo Gallitelli, gli rinnova la fiducia.

 

L’APPELLO Passano due anni e in appello il sostituto procuratore generale di Milano, Annunziata Ciaravolo, chiede, di nuovo, 26 anni di galera. Ma nel dicembre del 2013 la condanna viene ridotta a 4 anni e 11 mesi. Per i giudici, infatti, gli uomini del Ros hanno agito per «presunzione o superbia di corpo», per una sorta di «fuoco sacro» che li ha indotti a muoversi «con spregiudicatezza e indifferenza rispetto ai limiti». Ma pochi giorni fa, nonostante la richiesta di conferma della condanna formulata dal procuratore generale Roberto Aniello, la Cassazione mette la parola fine a questa assurda storia, riqualificando i fatti come di «lieve entità» e sancendo la prescrizione.

 

LA VERITÀ «Un passo importante verso la verità» è stato il commento di Ganzer, che oggi è in pensione. Raggiunto al telefono dal Tempo, il generale si è riservato di dire la sua «solo dopo il deposito delle motivazioni alla sentenza». Ma fin da subito ci si può chiedere: chi paga per aver distrutto la sua brillante carriera?

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