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31/12/2015 06:13

I TORMENTI DEL PREMIER

I «raccomandati» di Renzi finiscono in procura

I dirigenti di Palazzo Chigi fanno nomi e cognomi dei presunti «miracolati» Appello a Corte dei conti e Procura. Il sottosegretario De Vincenti: «Siamo trasparenti»

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Scoppia il caso "raccomandati" alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Parenti e amici (negli uffici circolano anche nomi e cognomi) di potenti avrebbero ottenuto impieghi di lusso, incassando uno stipendio fino a 90 mila euro l’anno (comprese le indennità di risultato). I nuovi arrivati hanno scatenato la rivolta dei boiardi di Stato contro il governo Renzi. I sindacati lo dicono chiaramente. Posti chiave da dirigente (di I e II<ET>fascia) sarebbero stati consegnati a «soggetti esterni» all’amministrazione, «con modalità lobbistiche», rivelando «una mala gestio» e causando un’impennata di ricorsi al giudice da parte dei burocrati che sarebbero stati messi ai margini del giro di poltrone, e di potere. A stare alle parole di uno dei portavoce di questi arrabbiati servitori dello Stato, Arcangelo Ambrosio, segretario generale del sindacato dei dirigenti (Dirstat), il braccio di ferro sarebbe agli sgoccioli. Alle carte bollate. A luglio la polemica è cominciata sui banchi della politica e ora è giunta alla Corte dei conti del Lazio del procuratore Raffaele de Dominicis e alla Procura di Roma di Giuseppe Pignatone.
L’ultima lettera è stata scritta il 18 dicembre scorso dal sindacalista, inviata a premier Matteo Renzi, ministro della Funzione pubblica Marianna Madia, presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, segretario e vice della Presidenza del Consiglio dei ministri. Sembra un invito alla pace rivolto prima dello scontro finale. Si chiede l’«imparzialità dell’amministrazione».
Per entrare nel vivo bisogna partire dalla parola magica attorno alla quale ruota la questione: interpello. È uno strumento previsto dalla legge attraverso il quale - spiega Ambrosio - la pubblica amministrazione «assicura la copertura dei posti di funzione di livello dirigenziale sia di I che di II fascia». Cosa si è inceppato nel meccanismo? Secondo i sindacati (si sono lamentati le sigle Dirstat e Unadis), l’interpello non avrebbe la massima visibilità, non sarebbe divulgato sui siti Internet, ma solo su circuiti di comunicazione interna (Intranet). Inoltre, sostiene l’Unadis dell’avvocato Barbara Casagrande, anziché dare impulso alla rotazione dei dirigenti, «fulcro di strategia di prevenzione della corruzione, rileviamo invece che anche in Presidenza i recenti interpelli presentano un contenuto curriculare ingiustificatamente particolare e talmente specifico da risultare di fatto inaccessibile a gran parte dei colleghi, che pur per competenze ed esperienza potrebbero assumere quelle responsabilità». Insomma, selezioni del personale che appaiono confezionate su misura del "candidato vincitore".
Sulla questione il governo sembra rimanga abbottonato. A ottobre a farsi vivo è stato solo il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti. Ha replicato ai malumori che circolano in casa Renzi solo perché il deputato dei 5<ET>Stelle, Francesco Cariello, ha chiesto spiegazioni in un’interrogazione scritta. Il prof di Economia ha risposto che «questa amministrazione adotta criteri improntati a correttezza e trasparenza». Sull’ingaggio di esterni alla Presidenza, ha spiegato che gli incarichi «sono comunque attribuiti esclusivamente ai soggetti in possesso dei requisiti... e comunque a seguito di accertamento della insussistenza o indisponibilità delle professionalità richieste». E poi ha ricordato che gli incarichi «sono al controllo preventivo di legittimità della Corte dei conti». Quasi a dire: tanto rumore per nulla. Però pare che la solfa non abbia funzionato. Perché prima di Natale il segretario Dirstat ha voluto dire l’ultima parola: «Siamo abituati ad essere limpidi e trasparenti ma per il momento non registriamo fattispecie concrete accadute in Presidenza». 

Fabio Di Chio






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