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«Sulla strage di Bologna legittimo scavare ancora»

Le «verità» scomode del giudice Priore sulla bomba alla stazione: La pista palestinese? C’erano molti indizi, si indagò poco e male

Rosario Priore è stato il giudice istruttore del processo sulla strage di Ustica, del caso Moro e del tentato assassinio di Papa Wojtyla. Da magistrato si è occupato di terrorismo rosso e nero, e adesso che è in pensione si dedica alla ricerca storica di molte delle stragi che hanno “violentato” l’Italia nei decenni scorsi.

 

 

Giudice Priore, dalla strage di Bologna a quella di piazza Fontana, dalla bomba a piazza della Loggia a quella dell’Italicus. L'Italia è stata per anni preda del terrorismo. Perché?

«Alla sua stessa domanda, il famoso capo dei servizi segreti francesi, Demaranche, rispose: “E perché no”? Argomentò che il nostro era un Paese debolissimo, con istituzioni inefficienti e un Partito comunista fortissimo. Riteneva, insomma, che l’Italia non fosse in grado di opporre una seria resistenza alle forze che volevano modificarne violentemente l’assetto istituzionale».

 

 

Gli ex Nar, Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, sono i responsabili “ufficiali” degli 85 morti provocati dalla bomba alla stazione. Ma sulla loro colpevolezza, nonostante una condanna definitiva, restano enormi dubbi.

«Io sono stato magistrato e dunque rispetto una sentenza passata in giudicato, ma ho sempre sostenuto che ciò non deve impedire a chi ha dei dubbi sulla ricostruzione ufficiale, di proseguire nella ricerca storico-politica. Credo sia un obbligo tentare di scavare più a fondo per giungere a una verità più aderente ai fatti».

 

 

La “pista palestinese” è stata giuridicamente archiviata, eppure solidi indizi la tengono perennemente in piedi. Convince anche lei?

«Ci sono molti documenti che contengono indizi, trascurati, che vanno in questa direzione. Le nostre autorità percepirono un pericolo proveniente dalle aree Mediorientali e allertarono le forze di polizia. Ricordo messaggi, che non pervennero all’autorità giudiziaria, nei quali si diceva che era in atto la preparazione di un grande attentato. Per compierlo, sarebbe stato chiesto l’aiuto del terrorista filopalestinese Carlos. Ma questa pista non fu efficacemente battuta».

 

 

Gli elementi sulla matrice palestinese sono robusti al punto da rendere legittimo chiedere la revisione del processo sulla strage di Bologna?

«Probabilmente sì, se si andasse avanti nelle ricerche. Ogni volta che ci si muove in questa direzione, anche se a farlo sono solo poche persone di buona volontà, emergono un’infinità di conferme su questa ipotesi. Anche Cossiga parlò di una bomba palestinese deflagrata per sbaglio. Quel carico di esplosivo, probabilmente, era in transito da Bologna ma non è lì che doveva brillare».

 

 

Per la strage di piazza della Loggia di recente sono stati condannati due esponenti di Ordine Nuovo. Eppure anche in questo caso la verità sembra essere un’altra.

«È per questo che sono scettico sulla loro responsabilità. Sappiamo che la Germania dell’Est impedì a un brigatista di entrare in quel Paese, e nel respingerlo spiegò che era collegato a una strage avvenuta poco tempo prima in Italia. Addirittura la comunista Ddr rivelò anche i nomi delle fonti a sostegno di questa ipotesi, e fra queste c’era un giornalista dell’Unità. La cosa assurda è che in questa direzione sostanzialmente non si indagò mai».

 

 

È credibile un ruolo della P2 nelle stragi?

«Non sono un esperto di questa loggia massonica, ma ho notato che per ipotizzare una responsabilità della P2 sono stati compiuti incredibili salti mortali e le prove, in dibattimento, sono sempre crollate».

 

 

Sulle stragi più che la verità, si è cercata una “verità ideologica” che prescindeva dai fatti?

«In quasi tutti i processi a reggere è stato una sorta di postulato per cui le stragi dovevano per forza portare la firma dell’estrema destra. Ma non è così, perché tante volte sono nate in altri ambienti. Eppure per decenni si è operato tenendo fermo questa specie di religioso dogma».

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