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Ma che son venuti a fare al Quirinale?

Si rivela un boomerang l’interrogatorio di pm e avvocati a Napolitano. Il Presidente risponde a tutto per tre ore, poi dice: «Pubblicate il verbale» LEGGI ANCHE Le architravi del processo sono già crollate in altri due casi

Ma che son venuti a fare al Quirinale?

Napolitano

Partiti da Palermo per recarsi al Quirinale a interrogare, per tre ore, il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, se ne sono tornati in procura con un nulla di fatto e forse, si spera, con la consapevolezza di aver messo in imbarazzo il Paese per una testimonianza del tutto superflua. La deposizione del presidente della Repubblica nell’ambito del processo sulla presunta Trattativa Stato-Mafia, voluta, perseguita e agognata dai pm palermitani, è andata come doveva andare: con un Napolitano lucido e disponibile a rispondere ad ogni domanda e i magistrati a tentare di scovare, tra un quesito e l’altro, qualche incongruenza e incertezza nelle sue parole. Senza successo. Il Capo dello Stato ha risposto a tutto ciò che il procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi, e il sostituto, Nino Di Matteo, hanno voluto chiedergli. Così come ha fatto con i quesiti posti dai difensori dell’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino. Napolitano, dunque, ha parlato della lettera inviatagli dal suo consigliere giuridico, Loris d’Ambrosio, nella quale riferiva di temere di essere stato usato come «utile scriba di indicibili accordi» tra il 1989 e il 1993; ha risposto alle domande sull’allarme del Sismi, del 1993, riguardante un attentato proprio contro Napolitano, all’epoca presidente della Camera, e Giovanni Spadolini, presidente del Senato; si è soffermato sull’approvazione della legge che prevede il carcere duro per i mafiosi, il 41bis; ma soprattutto il Capo dello Stato ha spiegato di non aver mai saputo di accordi fra lo Stato e la mafia per fermare le stragi. Tre ore di interrogatorio nelle quali, il presidente, come specificato in una nota ufficiale del Quirinale, «auspica che la cancelleria della Corte assicuri al più presto la trascrizione della registrazione» così da rendere pubblica la deposizione e dimostrare che le risposte del presidente sono state date con «la massima trasparenza e serenità». Sulla lettera di D’Ambrosio e gli “indicibili accordi”, come riferisce al Tempo il legale di Mancino, Nicoletta Piergentili Piromallo, il Capo dello Stato ha affermato che si trattava di una «mera ipotesi priva di basi oggettive». Di D’Ambrosio, afferma Piromallo, Napolitano «ha parlato con commozione e ammirazione» spiegando che loro erano «una squadra di lavoro». Il difensore di Mancino ha evidenziato che spesso le domande dei pm sono andate molti indietro negli anni, oltre l’oggetto del processo, ma che, nonostante ciò, il presidente non si è mai tirato indietro rispondendo con “puntualità e chiarezza”. Il Capo dello Stato, spiega ancora il legale, ha anche riferito di aver parlato con D’Ambrosio «per rassicurarlo, visto che stava vivendo un brutto momento» dopo la pubblicazione delle sue telefonate con Mancino. Quanto all’all arme del Sismi, aggiunge Piromallo, «Napolitano ha affermato di essere stato allertato ma di non essersi mai sentito turbato, così come Spadolini». Sulla conversione in legge del 41bis, che secondo i pm sarebbe stato oggetto della “trattativa”, Napolitano, aggiunge il legale, «ha parlato di normali valutazioni e discussioni politiche» intorno a quella norma. Infine l’avvocato ricorda che la difesa di Mancino si era opposta due volte all’audizione del Capo dello Stato perché giudicata «irrilevante e superflua, e se ha aggiunto qualcosa, è più a favore della difesa», visto che le ipotesi dei pm sono rimaste tali. Fra le pochissime domande non ammesse c’è quella del legale di Totò Riina, Luca Cianferoni, sul “non ci sto” pronunciato nel 1993 dall’allora Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, in diretta tv. «Una domanda – spiega Cianferoni - che non ha trovato il diniego di Napolitano ma quello della Corte che un po’ ha difeso Napolitano». Il procuratore aggiunto, Teresi, subito dopo l’udienza, si è invece detto convinto che la procura ha «incassato un risultato straordinario» là dove Napolitano ha affermato che «dopo le stragi del 1993 le istituzioni capirono che si trattava di un out out della mafia: o si ottenevano benefici penitenziari o ci sarebbero state finalità destabilizzanti». Ma se la trattativa tra Mori e l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, è del 1992, come sostengono gli stessi pm, perché mettere le bombe nel 1993? Sta di fatto che ieri la parola “trattativa” non è mai stata pronunciata. Se anche lo fosse stata, non avrebbe aggiunto nulla a un processo che non sta più in piedi.

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