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Il supermistero e la grazia mancata alla brigatista Besuschio

di Francesco Damato Il principale mistero del caso Moro, chiamiamolo pure il supermistero, non è purtroppo compreso fra quelli sui quali si sta aprendo l'ennesima inchiesta giudiziaria alla Procura...

Il supermistero e la grazia mancata alla brigatista Besuschio

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Il principale mistero del caso Moro, chiamiamolo pure il supermistero, non è purtroppo compreso fra quelli sui quali si sta aprendo l'ennesima inchiesta giudiziaria alla Procura di Roma. Dove sembra che si voglia verificare, per esempio, quante ore prima del ritrovamento del cadavere fosse stato veramente ucciso l'ostaggio delle brigate rosse. O se l'allora ministro dell'Interno Francesco Cossiga sapesse già della morte, quella tragica mattina del 9 maggio 1978, quando una telefonata dei terroristi ad uno degli assistenti universitari di Moro informò la famiglia del luogo in cui poteva esserne recuperato il corpo: nel bagagliaio di un'auto posteggiata in via Caetani, a mezza strada fra le sedi nazionali della Dc e del Pci. O se e da quando la Polizia conoscesse il covo di via Montalcini, dove l'ostaggio era stato portato dopo il sequestro, il 16 marzo, per rimanervi 55 giorni, sino a quando non venne ucciso.

Ciò che scandalosamente non si è mai cercato di sapere, e che non sembra destinato ad entrare neppure nelle nuove ricerche giudiziarie, è la fonte della quale si avvalsero le brigate rosse, fra Ministeri, servizi segreti e altro, per prevenire e vanificare con l'uccisione dell'ostaggio la concessione della grazia a Paola Besuschio. Una grazia che avrebbe potuto spaccare i terroristi ancor più di quanto si fossero già divisi durante la gestione del sequestro, facendo magari prevalere sulla condanna a morte del prigioniero l'opzione del rilascio. In cambio del quale le brigate rosse avevano reclamato la scarcerazione di più di dieci detenuti, fra cui appunto la Besuschio. Che l'allora capo dello Stato Giovanni Leone nei primi giorni di maggio aveva deciso autonomamente di graziare, nonostante la linea della fermezza reclamata soprattutto dal Pci, pronto in caso contrario a ritirare l'appoggio sul quale si reggeva il governo interamente democristiano guidato da Giulio Andreotti.

Da quella linea d'intransigenza, sin dal primo giorno del sequestro, Leone aveva dissentito lamentandosene al Quirinale con il segretario della Dc Benigno Zaccagnini. Ma ne ricavò solo un penoso silenzio. E si ritrovò isolato nella sua pur alta postazione istituzionale. Tuttavia reagì maturando in grande riservatezza, con l'aiuto di alcuni giuristi, fra i quali il socialista Giuliano Vassalli, futuro ministro della Giustizia, giudice e presidente della Corte Costituzionale, la decisione di graziare la Besuschio. Che era l'unica dell'elenco dei brigatisti in cattive condizioni di salute e condannata in via definitiva per reati gravi ma non di sangue.

Originariamente perplesso, se non contrario, l'allora guardasigilli Francesco Bonifacio, peraltro già allievo di Leone all'Università, finì per prodigarsi alla pratica di quella grazia, per la cui firma il capo dello Stato gli diede appuntamento per mezzogiorno proprio di quel maledetto 9 maggio. Ma i brigatisti rossi "arrivarono prima", mi raccontò sconsolato, in una intervista concessami per Il Foglio vent'anni dopo il povero Leone. Che ancora si domandava, angosciato e irritato come quel lontano 9 maggio, chi li avesse così tempestivamente informati per vanificare la sua iniziativa in soccorso di Moro.

Proprio quella domanda era costata vent'anni prima a Leone la Presidenza della Repubblica. Dalla quale, a tragedia di Moro appena conclusa, egli fu costretto a dimettersi. Gielo impose, in particolare, il Pci con la complicità della Dc. E con motivazioni tanto infamanti - in pratica, per sospetto di corruzione ed evasione fiscale - quanto pretestuose. Destinate ad essere poi smentite nelle aule giudiziarie e a sfociare infine in una riabilitazione a dir poco tardiva da parte di chi aveva promosso e partecipato al linciaggio. Che durò però il tempo sufficiente perché quella domanda di Leone gli rimanesse in bocca o perdesse all'esterno la credibilità che invece meritava. Fu un delitto politico rivoltante. Che meriterebbe giustizia, se nel nostro Paese questa parola avesse ancora un senso, visto lo scempio che se ne fa.

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