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19/08/2012 05:30

di Francesco Damato

Antonio Ingroia mostra ormai di cercare sempre un nuovo incidente, non bastandogli l'ultimo che ha provocato con il clamoroso conflitto di potere sollevato dal presidente della Repubblica davanti alla Corte Costituzionale

Una stagione che generalmente viene indicata nel biennio 1992-93 ma che Ingroia ha sempre preferito estendere, come procuratore aggiunto di Palermo e coordinatore delle indagini, sino al 1994. Il motivo di questo insistente richiamo al 1994, l'anno dell'esordio politico di Silvio Berlusconi, della sua vittoria elettorale e del suo approdo a Palazzo Chigi, Ingroia lo ha spiegato ieri più esplicitamente, o meno allusivamente, del solito nel contesto di una polemica, questa volta, con Mario Monti. Del quale ha contestato la convinzione, appena espressa dal presidente del Consiglio, che gli inquirenti di Palermo avessero compiuto «abusi» intercettando, e trattenendone le trascrizioni, anche le telefonate ricevute dal capo dello Stato. Ma oltre a contestare le dichiarazioni di Monti, semplicemente e naturalmente conformi al ricorso del presidente della Repubblica alla Corte Costituzionale, Ingroia ha voluto approfittare dell'occasione per dire, testualmente, che «la seconda Repubblica», quella cioè nata nel 1994 con la prima vittoria elettorale di Berlusconi, «si fonda su pilastri eretti sul sangue di magistrati e persone innocenti», vittime delle stragi di mafia. «Di questo sono assolutamente convinto», ha insistito il magistrato. «Convinto» anche che questa seconda Repubblica, e probabilmente anche la terza verso la quale stiamo marciando, «non potrà mai diventare una democrazia adulta e matura, almeno sino a quando non si riuscirà a sapere la verità su quella stagione». Alla luce di queste considerazioni, che rendono sempre più incerti i confini fra il magistrato, lo storico e il politico, diventano più chiari, e inquietanti, anche la natura e gli obiettivi di un'altra indagine nella quale i colleghi di Ingroia stanno ostinatamente cercando di coinvolgere, per ora solo come teste, il Cavaliere con ripetute convocazioni. È l'indagine, per ricatto a carico dell'ex presidente del Consiglio, a carico del senatore berlusconiano Marcello Dell'Utri. Del quale gli stessi inquirenti hanno già chiesto, con Mancino e altri dieci, il rinvio a giudizio per le presunte trattative fra lo Stato e la mafia di una ventina d'anni fa. Cerchiamo di essere seri ed onesti nell'informazione. Lo scenario nascosto dietro questo nuovo procedimento giudiziario è la prosecuzione di quello precedente in cui sono finite anche le intercettazioni «indirette» del presidente della Repubblica. È lo scenario, in particolare, di un Berlusconi che da anni starebbe pagando il silenzio di Dell'Utri sull'aiuto della mafia che l'amico gli avrebbe procurato anche nella scalata alla politica con la strategia stragista cominciata nella fase finale della cosiddetta Prima Repubblica, durante i governi di Giuliano Amato e di Carlo Azeglio Ciampi, nei quali Mancino era ministro dell'Interno. Chi scrive è convinto che questo scenario, peraltro offensivo nei riguardi dei milioni di elettori che nel 1994 avrebbero votato per il Cavaliere facendosi in fondo manipolare dalla mafia, sia semplicemente demenziale. Ma, visto che Ingroia mostra di avere sospetti di segno opposto, meritevoli di approfondimento, deve consentire a chi dissente una domanda. Che è questa: perché mai ha deciso di lasciare un lavoro così importante ed esplosivo accettando di andarsene fra qualche mese in missione Onu in Guatemala? Che è poi la stessa domanda sottintesa in una recentissima intervista dell'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli a il Fatto Quotidiano, che lo ha definito «teste chiave» delle indagini condotte dalla Procura di Palermo. In particolare, evidentemente convinto del buon lavoro di Ingroia, e sospettoso invece dei vuoti di memoria che Mancino avrebbe avuto durante gli interrogatori, procurandosi appunto l'accusa di falsa testimonianza, Martelli ha disapprovato la decisione del procuratore o ex procuratore aggiunto di Palermo di mollare tutto e andarsene in Guatemala. Anche se ne ha differito la partenza di qualche mese, chissà poi per quale altra ragione. Se rinunciasse alla trasferta guatemalteca, Ingroia farebbe felice anche un altro suo indefesso sostenitore, anzi ammiratore: Salvatore Borsellino, il fratello dell'indimenticato e indimenticabile Paolo, un autentico eroe, con Giovanni Falcone, della lotta alla mafia. Nella trasferta guatemalteca di Ingroia il fratello di Paolo Borsellino ha addirittura visto un pericolo di morte, naturalmente non naturale. Una morte per mano dei narcotrafficanti, ma su commissione della mafia siciliana. E meno male che Salvatore Borsellino si è fermato alla mafia, limitandosi ad accusare le «istituzioni» italiane, a cominciare dal suo massimo rappresentante, che è il presidente della Repubblica, di avere creato «ostacoli», o di avere contribuito a «delegittimare» - si dice così - Ingroia e i suoi colleghi inquirenti con quel ricorso alla Corte Costituzionale. Un'accusa disgraziatamente avallata ultimamente, sia pure sotto forma di effetto non voluto, persino dall'ex presidente della Corte Gustavo Zagrebelsky. Che ha ridato fiato, inconsapevole pure lui evidentemente, ad una campagna dissennata contro il presidente Napolitano.

Redazione online






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