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Il complotto delle toghe<br/> inizia trentasei anni fa

Il complotto delle toghe<br/> inizia trentasei anni fa

Palmiro Togliatti ricoprì la carica di vicepresidente del Consiglio dal 1945 al 1946 e quello di Ministro della Giustizia dopo la caduta del fascismo

È davvero incredibile, ma è proprio così. Passano gli anni, passano i decenni e le cose non cambiano. L’invasione di campo della politica da parte della magistratura è antica. Mi è capitato sotto le mani un numero di un periodico moderato, pubblicato dalla casa editrice Rusconi, diretto da Ignazio Contu, «Il Settimanale» dell’11 gennaio 1975: una bella copertina color rosso raffigurante un tocco sormontato da un grande titolo, «Il complotto dei magistrati», e un sommario, «Rapporto sullo strapotere giudiziario», che rinvia a una inchiesta firmata da Giampiero Pellegrini ed Ernesto Viglione. Cominciava con una frase di Henry Kissinger a Aldo Moro: «I vostri giudici hanno messo sotto accusa i servizi segreti italiani proprio mentre, in Medio Oriente, potrebbe scoppiare da un momento all’altro una nuova guerra. Non vi rendete conto di aver imboccato una strada pericolosa?».

Trentasei anni fa. Sembra oggi. L’inchiesta era dura ma dettagliata: parlava dei pretori d’assalto e delle toghe scomode, ma soprattutto denunciava l’esistenza, dietro le quinte, di un «disegno concertato», di un «attentato alla democrazia», di un «vero golpe strisciante» che ha per obiettivo quello di «strangolare le libertà comuni attraverso la costituzione di un corpo di giudici» che mancano al «dovere dell’imparzialità» e «abdicano alle funzioni istituzionali» diventando, per usare le parole di Giovanni Colli, all’epoca Procuratore Generale della Cassazione, «soltanto i gestori di un potere arbitrario». L’inchiesta denunciava gli strumenti - accelerazioni od omissioni o ritardi dell’azione giudiziaria ovvero anche sentenze politiche ispirate a una concezione classista della giustizia - attraverso i quali la parte più politicizzata della magistratura si dava da fare per portare avanti un disegno, in sostanza, eversivo.
 

E denunciava, per inciso, come si fosse costituita di fatto - attraverso associazioni di magistrati articolate in correnti e sottocorrenti ideologizzate - una vera e propria «partitocrazia giudiziaria». E, ancora, sottolineava come fosse invalsa la moda persino di rispondere con inammissibili «controinaugurazioni» dell'anno giudiziario alle preoccupate denunce provenienti da alti e coraggiosi magistrati decisi a difendere l'indipendenza della magistratura dalla politica militante.

Roba vecchia, si dirà. Roba di trentasei anni or sono. Roba da Prima Repubblica, di una Prima Repubblica, per di più, la cui classe politica era giudicata impietosamente da un sondaggio della Demoskopea, pubblicato nello stesso numero del periodico, che rivelava come solo il 2% degli intervistati ritenesse che i governanti italiani fossero migliori di quelli di altri paesi. Roba vecchia e datata, dunque. Certamente, ma, purtroppo - e fa impressione che qualche modus operandi è cambiato, ma la sostanza - l'ingerenza del giudiziario e le sue pretese di porsi al di sopra dell'esecutivo e del legislativo - è rimasta la stessa. Per esempio, sono scomparse le «controinaugurazioni» degli anni giudiziari ma, al loro posto, sono apparse pittoresche e non meno inammissibili «contestazioni» di quegli stessi eventi.

Ancora, ai sottili tentativi di sostituirsi al legislativo attraverso l'emanazione di sentenze che di fatto snaturavano la legge ricorrendo alla cosiddetta «interpretazione evolutiva» della norma è subentrata la prassi del ricorso a una Corte Costituzionale la quale, attraverso sentenze politicizzate che sono talora veri e propri esercizi di sofismi giuridici, annullano, snaturano o riscrivono le norme. La verità è che il problema della politicizzazione della magistratura, o quanto meno di una parte di essa - e, quindi, del traviamento della civiltà giuridica italiana - ha radici lontane che risalgono ai primi tempi della Repubblica e si ricollegano alla gestione da parte di Palmiro Togliatti del ministero della Giustizia. È storia di ieri, che però non ha esaurito le sue conseguenze. Molta acqua, da allora, è passata sotto i ponti, ma la presenza invasiva della cultura e della mentalità gramsci-azionista, in combutta con il cattocomunismo, si è radicata nei gangli più delicati e vitali del corpo della società italiana, magistratura compresa.

La caduta del muro di Berlino e la fine dei regimi fondati sul cosiddetto socialismo reale hanno distrutto, forse, le illusioni della creazione di una società comunista, ma non sono stati sufficienti per generare degli anticorpi capaci di bloccare i germi patogeni della degenerazione del sistema democratico e liberale fondato sull'equilibrio dei poteri. Anzi. La stagione di «tangentopoli» animata da un giacobinismo giudiziario portato avanti da magistrati che Sergio Romano ebbe a definire icasticamente «Ayatollah della Repubblica» ha realizzato la decapitazione di un'intera classe politica grazie, per usare una espressione di Francesco Cossiga, a un vero e proprio «colpo di Stato legale». Tutto ciò ha comportato non soltanto l'eclissi della politica, indebolita e frastornata, ma anche una vera e propria alterazione dell'equilibrio dei poteri dello Stato, al punto che la magistratura, la magistratura militante, divenuta sempre più un blocco corporativo, ha finito e finisce per dominare la scena pubblica, per occupare spazi e dettare regole.

È diventata, insomma, questa magistratura militante, un vero e proprio «contropotere» che considera strumento legittimo di lotta politica l'uso e l'abuso dell'amministrazione della giustizia. Si tratta di una anomalia, tutta italiana, che fa sì che il problema della cosiddetta riforma della giustizia sia davvero, oggi, una priorità per il governo.

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