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07/09/2010, 13:06
Via Fini dalla presidenza della Camera. Pdl e Lega aprono il conflitto istituzionale dopo il vertice di Arcore e prima dell'incontro annunciato con Napolitano al Quirinale.
VOTO Pressing del Senatùr NODO Non c'è più garanzia istituzionale
Via Gianfranco Fini dalla presidenza della Camera. Pdl e Lega aprono il conflitto istituzionale, dopo il vertice notturno ad Arcore tra Berlusconi e Bossi e prima dell'incontro annunciato con Giorgio Napolitano al Quirinale. Se vi fosse uno strappo dei finiani con la politica del governo, traduce oggi Franco Frattini, le conseguenze sarebbero di incompatibilità del presidente della Camera con la sua carica. Secca la replica del finiano Italo Bocchino: la richiesta di dimissioni, dice, è in violazione con la Costituzione ed è una decisione politicamente inaccettabile. Ventura (Pd): Pdl e Lega ignorano regole istituzionali.
TENSIONI Primo passo dunque superare quella che anche il Corriere della Sera oggi definisce una posizione "effettivamente anomala", la permanenza di Fini, ormai uomo di parte, alla presidenza di Montecitorio. Per il resto, sebbene la Lega sia pessimista e spinga per il ritorno alle urne, la linea del premier e del Pdl sembra restare quella di verificare in Parlamento se esiste ancora una maggioranza. Se Fli intende il confronto non come "logoramento", allora il governo andrà avanti. Ma la premessa essenziale è che Fini lasci la presidenza della Camera, perchè dopo il discorso incendiario di Mirabello, dove non solo ha vestito i panni dell'oppositore al governo, si sottolinea nel Pdl, ma ha anche mancato di rispetto a quasi metà dell'assemblea che presiede, non è più una figura "super partes" e di garanzia come la sua carica imporrebbe. Se formalmente il presidente della Camera non si può "sfiduciare", il premier Silvio Berlusconi e il leader leghista Umberto Bossi sperano nella moral suasion del Colle. Ieri sera, al termine del vertice nella villa di Arcore, in una nota congiunta hanno annunciato l'intenzione di recarsi al Quirinale per rappresentare al presidente della Repubblica la grave situazione che si è generata dal punto di vista istituzionale con il ruolo politico assunto da Gianfranco Fini, definito «incompatibile» con la carica "super partes" di presidente della Camera. Una situazione che dopo Mirabello il Napolitano non può più trascurare. "Le dichiarazioni dell'on. Gianfranco Fini - spiegano - sono state unanimemente giudicate inaccettabili. Le sue parole sono la chiara dimostrazione che svolge un ruolo di parte ostile alle forze di maggioranza e al governo, del tutto incompatibile con il ruolo super partes di presidente della Camera". Per questo, viene anticipato, "il presidente Berlusconi e il ministro Bossi nei prossimi giorni chiederanno di incontrare il presidente della Repubblica per rappresentargli la grave situazione che pone seri problemi al regolare funzionamento delle istituzioni".
BOCCHINO La richiesta di dimissioni di Gianfranco Fini dalla presidenza della Cam.era provoca l'immediata reazione del capogruppo di Fli a Montecitorio, Italo Bocchino, secondo cui l'iniziativa di Berlusconi e Bossi di appellarsi a Napolitano per ottenere le dimissioni di Fini è «politicamente inaccettabile e grave sotto il profilo istituzionale», perchè violerebbe «il principio costituzionale della separazione tra poteri». Bocchino ricorda inoltre che furono proprio Berlusconi e Bossi a «a inaugurare nel 1994 la stagione dei presidenti delle Camere di parte, che fino ad allora erano sempre stati concordati con l'opposizione o addirittura assegnati alla minoranza». Sempre i leader di Pdl e Lega, continua il capogruppo di Fli, «hanno inaugurato nel 2001 la stagione dei presidenti di Parlamento leader di partito, eleggendo Pier Ferdinando Casini allo scranno più alto di Montecitorio», «innovazione» che «si è poi consolidata con l'elezione di Fausto Bertinotti prima e di Gianfranco Fini poi». Tutto questo induce Bocchino a concludere che «la richiesta di Berlusconi e Bossi è strumentale, irrituale e irricevibile ed è gravissima sotto il profilo istituzionale, considerato che la terzietà riguarda il ruolo e non la personalità politica, riguarda la conduzione del ramo parlamentare presieduto e non la libera espressione dei propri convincimenti politici». Argomenti che non convincono il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, a cui occhi appaiono «deboli ai limiti dell'inconsistenza». «In oltre sessant'anni di storia repubblicana - ricorda Capezzone - mai nessuno aveva osato usare la terza carica dello Stato per condurre una pervicace azione di parte, per spaccare un partito e costruire un suo partitino scissionista, per attaccare quotidianamente un Governo e una maggioranza. Non oso pensare - aggiunge il portavoce del Pdl - cosa avrebbe fatto il Pci o poi il Pds se Nilde Jotti o se Luciano Violante avessero fatto la metà di quello che sta facendo Gianfranco Fini».
07/09/2010