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27/07/2010, 05:30
Gli ex Popolari temono le primarie con Vendola "Così il partito muore". Parlamentari in fuga: si parla già di 14 verso l'Udc e 4 verso l'Api.
Si sentono accerchiati e messi nell'angolo. E per questo hanno iniziato ad alzare la voce, a mandare messaggi chiari di insofferenza a Pierluigi Bersani. Insomma se Nichi Vendola voleva dare uno scossone al Partito Democratico con la sua idea di presentarsi alle primarie di coalizione c'è già riuscito: l'area di centro del Pd, specie quella degli ex Popolari che fa capo a Fioroni e Marini, ha fiutato il pericolo di uno spostamento ancora più accentuato a sinistra e ha iniziato a puntare i piedi. Proprio Beppe Fioroni ha condensato in una battuta fatta intervenendo qualche giorno fa alla Festa dell'Unità di Roma la sensazione di emarginazione della parte cattolica e centrista del partito: «Se Jan Palach venisse alle primarie e dovesse scegliere tra Bersani, Vendola e magari Ferrero, si ridarebbe fuoco». E poi ha aggiunto: «Dobbiamo smetterla di pensare a primarie stile Pci anni '60 altrimenti non vinceremo mai».
Tanta preoccupazione ha già scatenato i primi «boatos» in Parlamento con tanto di numeri della possibile diaspora: quattordici parlamentari centristi in fuga verso l'Udc, quattro verso l'Api di Rutelli. Ipotesi praticabile? Per il momento è solo una minaccia, più sussurrata che reale, per mettere sotto pressione Bersani. E per scongiurare l'ipotesi che Nichi Vendola si impadronisca del partito. Di sicuro c'è lo sconforto di tutta quella parte dei Democratici che non ha nel proprio curriculum l'appartenenza alla sinistra. «Non contiamo nulla, siamo emarginati – è lo sfogo di un deputato – Il partito è in mano agli ex Ds». «Se Vendola è il futuro – commenta Lucio D'Ubaldo, senatore del Pd molto vicino a Fioroni – è un salto nel buio. Il Partito Democratico non è nato per spostarsi sempre più verso quell'area. Lo abbiamo detto anche per l'elezione di D'Alema alla carica di presidente delle Fondazioni europee: non si può seguire l'illusione di un nuovo socialismo». E di appunti alla segreteria di Bersani gli ex Popolari ne hanno fatti parecchi negli ultimi mesi. Hanno iniziato contestando il nome della manifestazioni del Pd, quella «Festa dell'Unità» che fa tanto Pci, hanno criticato l'attore Fabrizio Gifuni che dal palco del Palaeur durante la manifestazione contro la manovra del governo si è rivolto alla platea con un «cari compagni», hanno puntato il dito contro gli intrecci tra massoneria e Partito Democratico.
«Il Pd sta riproponendo liturgie vecchie, l'iconografia di un partito che non esiste più – spiega ancora Lucio D'Ubaldo – Basta vedere proprio quello che succede alle Feste dell'Unità: noi siamo invitati a parlare ma quella non è certo la nostra manifestazione». E proprio Beppe Fioroni, in un'intervista ieri a Repubblica, ha lanciato un avvertimento al segretario del Pd: «Con Vendola leader giocheremmo la partita della nostalgia. Per l'unità della sinistra, per il progressismo più estremo, per la gioiosa macchina da guerra del '94 guidata da Achille Occhetto. Nel '96 vincemmo perché attivammo l'elettorato impermeabile e ostile al semplice progressismo di sinistra. Facciamone tesoro». Lucio D'Ubaldo traccia un quadro della situazione di Roma per portare acqua al mulino dei moderati: «Alle elezioni politiche del 2008 il Pd nella capitale ha raggiunto quasi il 40 per cento mentre storicamente il Pds-Ds non ha mai superato il 20. Questo vuol dire che la nostra presenza è stata importante. Alle ultime regionali, invece, siamo arrivati al 30%, perdendo un elettore su quattro. Significa che la strategia dello spostamento a sinistra non paga».
Ad uscire dalla tenaglia Vendola-Bersani ci sta provando Enrico Letta, con un lavoro sotterraneo fatto soprattutto con le Associazioni e con una lenta conquista del territorio attraverso consiglieri comunali, provinciali e regionali. Ma Letta è un nome che, per il momento, non esercita un grande fascino sugli ex Popolari. Tanto che Beppe Fioroni alla domanda su chi rappresenterebbe meglio il centrosinistra alle primarie glissa: «Sono uno strumento. La nostra stella polare non è quella di accendere i tifosi nel derby tra di noi ma vincere le secondarie, cioè le elezioni».
Paolo Zappitelli
27/07/2010