L'intellettuale che sfidò ogni dogma

Pier Paolo Pasolini, scrittore 33enne, lanciava un urlo nella nostra provinciale letteratura che l'avrebbe squarciata. E, nello stesso tempo, metteva la buona borghesia di fronte alla sua incapacità a comprendere i tempi nuovi che si annunciavano e che l'avrebbero destata dal sonno dogmatico che l'aveva colpita come una malattia incurabile.

 Il dopoguerra stava finendo e nuove soggettività si facevano strada incarnando, come i "ragazzi" dello scrittore, una vitalità primordiale, quasi pagana, confinante talvolta con il crimine, ma portatrici, paradossalmente, di una nuova eticità che si sarebbe precisata di lì a poco nell'opera di Pasolini come una rivolta contro consuetudini sociali e pigrizie politiche di un mondo modellato secondo stilemi non più funzionali alla comprensione dell'evoluzione dei costumi. Saranno le "Ceneri di Gramsci", due anni dopo, a fornire un preciso disegno civile a chi si accostava al letterato friulano e spesso, tanto da sinistra, oltre che da destra, non comprendeva lo "scandalo della contraddizione" sul cui filo, come un funambolo, si reggeva innervando stupore e sollievo nelle anime in cerca di un viottolo su cui ricondurre le ansie del tempo.

Pasolini è stato così, per sua scelta, e in un momento storico in cui era oggettivamente difficile scegliere, poeta di un'avanguardia non codificabile che doveva lasciare stupefatti i suoi improbabili compagni di viaggio, i marxisti immaginari, ed un po' meno quelli "organici" al partito degli operai, della cui tribù pur si sentiva parte, e gli avversari che gli rimproveravano il gusto eccentrico e provocatorio per la trasgressione, come se la sua nostalgia delle lucciole non fosse un ritorno ad un comunitarismo primigenio, elementare, imprecisato che si stagliava contro l'orrore della modernità incarnato dall'industrialismo selvaggio e, soprattutto, dal consumismo che declassava gli esseri umani a divoratori di bisogni e sollecitazioni che il mercato produceva senza un scopo soddisfacente per gli stessi fruitori, ma solo finalizzato all'arricchimento delle oligarchie economico-finanziarie.

Contro queste, senza volto e senza patria, si ergeva, possente e perfino sfidante, la sua italianità che non tutti ebbero la capacità di cogliere negli anfratti del marxismo italiano. Era un'italianità proletaria, che lo faceva schierare con i poliziotti che a Valle Giulia contrastavano la violenza di quei figli della borghesia schierati in cachemire a contestare il loro stesso mondo; era un sentimento di appartenenza ad una identità che si sostanziava di un cristianesimo senza cattolicesimo, ma latino come la sua prosa classica nel tempo dello sperimentalismo snobistico; era un "profetismo" nazional-popolare che lo rendeva interessante ai figli perduti della sconfitta bellica e politica, ma che non avevano ancora il coraggio di amarlo.

Furono gli "Scritti corsari" a rivelare Pasolini ai "reprobi" vinti. Quel suo attaccamento ai valori spirituali, ancorché declinati in forme originali, non poteva lasciare indifferenti coloro i quali una patria semplice se la portavano nel cuore, mentre nelle nicchie di un comunismo sempre più devastato dalle contraddizioni si celebravano i primi funerali di un'ideologia che si sarebbe perduta nella violenza, nell'assassinio, nella lugubre messa in scena di una rivoluzione impossibile.

Certo, Pasolini fu anche "immoralista" per eccellenza, ma non per il gusto di coltivare vizi assurdi da esibire al mondo borghese, quanto per radicare la sua italianità nel campo degli "infedeli" i quali, infatti, non lo compresero. E il Pasolini cineasta ha lasciato prove significative che, per quanto discutibili, sono paradigmatiche di una stagione che cercava nella trasgressione il riflesso di una verità difficile a essere svelata a chi rifiutava pregiudizialmente l'approccio alla comprensione della spiritualità. "Vangelo secondo Matteo" riassumeva questo bisogno di liberazione.

Si irradiava così, tra prosa e poesia, cinema e giornalismo militante, la sinfonia pasoliniana nelle anime gentili eppure rabbiose alle quali lo scrittore sapeva far vedere come "nei rifiuti del mondo, nasce/un nuovo mondo/la loro speranza nel non avere speranza". Non è forse la preconizzazione del nostro tempo assalito da incertezze che lo piegano eppure vitale, ebbro della sua stessa creatività? Peccato che non sia innocente, come Pasolini lo avrebbe voluto, come lo erano quei suoi "ragazzi di vita". Ma l'innocenza se l'era portata via la modernità uccidendo le lucciole...

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