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L'altro giorno Gianni Pittella, plenipotenziario della campagna di Pierluigi Bersani, confidava: «Le primarie? È un metodo che mi lascia perplesso, ma queste sono le regole e la corsa alla segreteria si vince così».

Perplessi: sì, utilizzando un eufemismo, è la perplessità, una perplessità meditata e sofferta, l'atmosfera che circonda i pensieri di molti degli ex comunisti approdati nel Partito democratico, quando si riflette sul bizzarro metodo che affida la scelta del segretario alle elezioni primarie e non alla conta tra gli iscritti.

Avrebbe già vinto Bersani e il suo progetto di ricostituzione dell'Ulivo, sennò, alla Convezione di domenica, che invece ha solo selezionato i nomi di chi correrà per il big bang del 25 ottobre. C'è da capirli, i post-post-comunisti. Chi ha militato in un partito organizzato, gerarchico, strutturato come il Pci, un partito vero insomma e non plastificato come questo Pd, il pensiero di affidare alla volatilità di ciò che si chiama “elettorato” una cosa seria, da militanti veri, come la scelta del proprio leader, questa cosa un post-post-comunista la manda giù con fatica, non la capisce in fondo, e se c'è una cosa che mai perdonerà a Walter Veltroni è di aver ucciso in culla il Pd, instillando nel suo Dna il virus delle primarie. Quello che Massimo D'Alema e tantissimi post-post-comunisti pensano di questo metodo elettorale è stranoto, e non a caso Dario Franceschini ha scelto proprio lui, alla Convenzione di domenica, come bersaglio dei suoi attacchi. Ed è stato l'unico accento degno di nota del convegno bonsai in un albergo turistico. E ieri si è schierato uno che di solito non si occupa di faccende di partito, Luciano Violante, ha chiaramente detto che, in un partito come si deve, «il leader va scelto dagli iscritti e non dagli elettori». Le primarie, addirittura, hanno provocato nel Pd una «deriva populista», quasi berlusconiana, il che è peggio del colera, di questi tempi, nel centrosinistra. Mario Adinolfi, franceschiniano basista, dà questa interpretazione sul suo blog: «So perché D'Alema, ma anche Violante e Bersani e Visco e tutti quelli con cui ho parlato preferiscono che a scegliere siano i signori delle tessere. Perché altrimenti il gioco rischia di sfuggire loro di mano». Sì, forse, anzi certamente, andrebbe ricordato ad Adinolfi che le due primarie precedenti, quella che spinse Prodi alla leadership dell'Unione e Veltroni alla guida del Pd, erano eventi di incoronazione dall'esito preconfezionato. Questa volta è diverso, e il post-post-comunista la pensa come Violante: scegliere un segretario di partito con le primarie e non col voto degli iscritti è come scegliere un direttore di giornale facendo votare i lettori con il solo parere consultivo dei redattori. Un delirio organizzativo, un salto nel buio, una guerra simulata tra i “signori delle tessere” e i plebiscitati dal “popolo delle primarie”. Ma un partito che non sceglie nemmeno più il suo segretario, si chiede il post-post-comunista, a cosa si riduce?

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13/10/2009










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