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Non più il simbolo del raffazzonato. Non più l'emblema dell'arrangiato. Non più bandiera della grande scenografia con il vuoto dietro. No, non più.
Il G8 di L'Aquila fa scoprire agli italiani che sanno fare le cose. "Che "Fatto all'italiana" ha anche un altro valore. Può avere anche un altro significato. Perché in fondo si tratta di una riscoperta. Non più tardi di tre secoli fa «all'italiana» aveva tutt'altra importanza nel mondo. I «giardini all'italiana» per esempio erano sinonimo di un lavoro simmetrico, perfetto nella sua plasticità, di un disegno armonico e preciso. Insomma, di un lavoro pulito. Nella seconda metà del Settecento, quando si comincia ad immaginare l'edificazione di quella che si chiamerà San Pietroburgo, è la zarina Elisabetta a volere a corte l'architetto veneziano Bartolomeo Rastrelli, che disegnerà la nuova città portandosi dietro un gruppo di architetti italiani. Perché «fatto come lo fanno gli italiani» era ancora sinonimo di bellezza e armonia, di costruzione resistente, di bello e durevole.
Nel 1756 Voltaire, nel Saggio sui costumi, ancora si mordeva le mani: «Ci si può chiedere come mai, in mezzo a tanti sommovimenti, guerre intestine, cospirazioni, crimini e follie, ci siano stati tanti uomini che hanno coltivato le arti utili e le arti piacevoli in Italia». Dunque, non si tratta di una scoperta. Ma di una ri-scoperta. Ritrovare le radici. È necessario che si verifichino eventi inaspettati e inimmaginabili per rendersi conto che siamo tra i più grandi costruttori di case in legno. E non casette. Anche dimore di lusso. Scoprire così che tre secoli dopo, a Carsoli, si realizzano ville d'abete che fanno impazzire ancora i russi. Già, ville. Altra parola chiave. Che non a caso non è mai stata tradotta in inglese. Come mai nessuno s'è sognato di tradurre «fatto a regola d'arte».
Un concetto che in effetti nessuno è riuscito davvero a codificare. Dalla seconda metà del Novecento tutto è cambiato. Sconfitti dalla Guerra, siamo diventati i campioni del mondo di pizza e fichi, i più grandi nel fancazzismo, dal popolo di santi e navigatori (oltre che di poeti, artisti, eroi e il solito bla bla) al popolo di bugiardi e mascalzoni, gli esportatori di mafia e mandolino, e vai con la pistola nel piatto di spaghetti. The italian job diventa un film su ladri e inseguimenti - e non fa nulla che i criminali siano inglesi, anzi - e nel mondo, con l'aiuto della cantante Madonna, si dice che «italians do it better», gli italiani lo fanno meglio. Siamo buoni a letto ma già se mettiamo i piedi sul pavimento siamo da rottamare. Ora no. Riscopriamo che in verità siamo i campioni del mondo del manufatto. Sì, proprio del fatto a mano. Ci vuole un terremoto per ricordarselo. Per prendere consapevolezza che siamo anche in grado di tirare sù un aeroporto, quello di Preturo, quasi dal nulla con una pista da un chilometro e mezzo e 26 metri di larghezza dove farci atterrare di tutto. Che siamo in grado di trasformare una strada sterrata in una provinciale perfetta in venti giorni. E che le piastre antisismiche su cui poggiare i pilastri delle nuove case dell'Aquila sono fatte in Italia e persino i giapponesi ce le invidiano. Italia è moda. Italia è mangiar bene. Ma il made in Italy si regge su quattro pilastri, quattro "A".
Oltre ad abbigliamento e alimentare, anche arredo e automazione. Sono queste ultimi due gli assi portanti. La meccanica è la prima voce del nostro export. In Abruzzo si è visto. Si è visto come in poco più di un mese si sia attrezzata una sperduta caserma della Guardia di Finanza in un centro accogliente per i Grandi del mondo: ecologico e altamente tecnologico con le macchinette elettriche, il viale delle bandiere dove erano stati innalzati i vessilli dei Paesi ospitati con delle parabole che consentivano, a chi vi passava davanti, di ascoltare solo l'inno di quella Nazione senza essere disturbato dalla musica che proveniva dalla postazione successiva a un paio di metri. Obama dicono sia impazzito per questo gioco di colori e suoni.
La tecnologia è l'essenza della storia del nostro Paese. E non bisogna per forza tornare a Leonardo o menarla tanto con Antonio Meucci e Innocenzo Manzetti che inventarono il telefono, o la radio di Gugliemo Marconi. Perché ancora un secolo più tardi, era il 1971, fu un italiano, Federico Faggin a inventare il primo microprocessore prodotto dalla Intel, l'antesignano del microchip. E poi gli arredi delle stanze dei Grandi, i divani confortevoli e delle linee moderne. L'Italia in fondo è questo. È questa miriade di aziende sparse sulla dorsale appennica, nel remoto Sud, in Brianza. Aziende di chi si industria. Sa disegnare e realizzare. E competere. Disegnare, il disegno.
La carta e la penna, la matita con il compasso. Oggi impazziamo con la Fiat che si lancia alla corsa con Chrysler e Opel e dimentichiamo che è la matita di un italiano, Walter Da Silva, che disegna le auto del principale concorrente, Volkswagen. O che due tra le Citroen più famose e rivoluzionarie, la Ds e la 2 Cv, sono state pensate da Flaminio Bertoni, che non ha nulla a che spartire con il più famoso designer con il cognome al singolare. I tavoli in legno attorno ai quali i Grandi hanno discusso sono fatti in Italia, gli sfondi delle montagne abruzzesi. E basta pure con la solita lagna che tutto ciò che è organizzato in Italia è fatto male, in ritardo e che fa acqua da tutte le parti. Intanto perché di G8 ne abbiamo organizzati due: quello alla Maddalena e quello a Coppito. Uno più bello dell'altro. Celebriamo l'ultimo mentre anche il primo meriterebbe con il grande centro congressi avveniristico e costruito sull'acqua. Ci avrebbe ricordato che sappiamo fare anche le navi. E basta pure con il solito pianto greco che se fosse fatto in Giappone sarebbe puntuale, se fosse realizzato dai tedeschi sarebbe preciso, se fosse pensato dai americani sarebbe impeccabile. Perché i loro premier e presidenti (assieme all'Onu) si sono complimentati per la preparazione. Ora di tutto ciò se ne intesterà il merito Silvio Berlusconi. E senz'altro ne ha i titoli. Ma forse c'è una benemerenza superiore. Superiore perché è stata silenziosa. Ed è quella del presidente della Repubblica.
Giorgio Napolitano ha saputo prendere per mano il Paese proprio mentre scivolava. Ha saputo stoppare i protagonismi di qualche pubblico ministero, ha saputo frenare l'eccesso di qualche procura, ha saputo arenare le intemperanze di qualche politico e di qualche giornale ricordando come in ballo non ci fosse l'interesse di Silvio Berlusconi. Ma l'interesse dell'Italia. E l'Italia migliore è proprio questa. Quella senza veti e senza blocchi, senza gli straccioni del no ad ogni costo e di quelli che vanno cercando il cavillo nella legge per tutelare il proprio pusillanime interesse a vantaggio del danno collettivo. L'Italia migliore è quella d'Abruzzo. Quella che non urla e non strilla. Non incendia i cassonetti. Quella che si rimbocca le maniche e ricostruisce.
Fabrizio dell'Orefice
12/07/2009