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Racconti dal terremoto

La resurrezione di Onna

Michael Steiner ha un sorriso cordiale, elegante, è l'ambasciatore tedesco a Roma. Da quando in tv ha sentito il nome di quella frazioncina sconosciuta, divenuta il simbolo del terremoto, non ha avuto dubbi.

La cittadina di Onna distrutta dal terremoto Da lì bisogna cominciare. Ad Onna — 40 morti su 250 abitanti — è stato già due volte. «Vittime innocenti» ripete. Vittime innocenti quelle uccise, per lo più nel sonno, dalla scossa nella notte tra il 5 e il 6 aprile. Vittime innocenti quelle trucidate dalla Wehrmacht tra il 2 e l'11 giugno del ‘44. Adesso la casa dove avvenne la strage, fatta saltare subito dopo dai soldati tedeschi e ricostruita, non è neppure tra le più devastate. Il primo piano è crollato, il piano terra no: sul muro è intatta la lapide. Sopra però sono scritti solo i nomi di 14 dei 17 martiri. «Visto questo tragico legame storico, la Germania intende concentrare i suoi aiuti su Onna», l'ambasciatore lo ha fatto scrivere anche sul sito dell'ambasciata. Un gemellaggio ideale tra quella cupa rappresaglia e la solidarietà. La storia comincia nel pomeriggio del 2 giugno di 65 anni fa: in base alla documentazione conservata all'ambasciata fra l'altro è possibile scoprire anche perché manchino quei tre nomi.

In quegli anni di guerra le unità tedesche erano rimaste a lungo in paese, senza particolari problemi. Ora si preparano ad andarsene. Requisiscono cavalli, muli, tutto quello che serve alla ritirata. Prendono anche un cavallo di Silvio Papola: fratello di Mario che per gli intrecci del destino è anche l'ultimo morto del terremoto (non ce l'ha fatta, è deceduto l'altro ieri per le ferite riportate nel crollo dell'abitazione). Silvio Papola e la battagliera figlia, Maria Cristina, di soli 17 anni, protestano, gridano. Riescono a riavere indietro il loro animale. In un prato vicino pascola un cavallo di Giovanni Ludovici. Un tedesco afferra le redini. Nell'alterco con il proprietario fa per estrarre la pistola. Giovanni Ludovici è più veloce. Gli strappa l'arma, spara. Lo ferisce gravemente. E fugge. I commilitoni che soccorrono il ferito collegano, sbagliando, i due episodi. Prendono Maria Cristina. Credono che sia la sorella o la fidanzata del fuggiasco. La strattonano: «Dicci dov'è», le intimano. Due colpi di pistola, Maria Cristina si affloscia. Morta. Gli abitanti pensano che sia finita così. I giovani per precauzione si allontanano.

Giovanni Ludovici, il feritore, è sulle montagne. Forse il peggio è passato, l'unità cui appartiene il soldato colpito se n'è andata portandosi dietro il ferito (come scrive nella sua ricostruzione Lucio Sbroglia). Invece nel pomeriggio dell'11 dalla strada di Monticchio arrivano alcuni soldati tedeschi. Spintonano quelli che incontrano, li radunano davanti alla chiesa. Altri soldati vengono dalla direzione opposta. In tutto sono otto militari. Temono di non riuscire ad arginare una rivolta degli abitanti. Sulla piazzetta vengono raccolti 24 uomini, sotto la minaccia delle armi. Li interrogano. Nessuno sa dov'è Giovanni Ludovici. A questo punto le donne del paese, su richiesta dei tedeschi, rintracciano nei campi dove lavorano la madre e la sorella di Ludovici, Bartolina e Rosmunda, e le consegnano ai militari. Pensano di evitare la rappresaglia. Invece i tedeschi spingono le due donne nel gruppo dei fermati, ne fanno uscire solo i vecchi. Un pessimo segnale.

Davanti ai mitra puntati restano in 16, 14 maschi e le due donne. Invano una madre, Elvira Paolucci, implora che le lascino almeno uno dei due figli: Igino e Pio Pezzopane di 16 e 17 anni, insieme al cugino Luigi Ciocca di 15, sono nel mucchio. I soldati non riescono ad allontanare la gente, che urla, piange. Spingono gli uomini catturati e le due donne nella casa di Giovanni Ludovici. Per qualche istante il tempo resta immobile, in un silenzio pietrificato. Poi le raffiche di mitra. A carneficina ultimata, i tedeschi minano la casa e la fanno saltare. Sulla lapide che il terremoto ha lasciato intatta in ordine alfabetico si leggono 14 nomi. Manca Maria Cristina Papola, perché uccisa all'inizio della vicenda o perché effettivamente aveva qualche legame con Giovanni Ludovici.

Soprattutto furono escluse dal ricordo Bartolina e Rosmunda, la madre e la sorella del fuggiasco, perché allora e negli anni il risentimento è rimasto forte. L'ambasciata tedesca ha aperto ben tre conti correnti intestati «Terremoto a Onna», i numeri sono sul sito internet dell'ambasciata. «Ognuno può contribuire» dice l'ambasciatore. Si comincerà ristrutturando la chiesa, dove gli abitanti in quel pomeriggio di giugno '44 si ritrovarono a pregare e ora distrutta dalla scossa del 6 maggio, e la casa della strage. L'altro ieri sera, nel consueto incontro con i big dell'economia tedesca nella bella casa del vice-ambasciatore in via Giulia a Roma, Michael Steiner ha chiesto ai colossi germanici presenti in Italia di mettere mano al portafogli: «Una colletta» sorride. E magari l'occasione della rinascita di Onna servirà a completare la lapide con i nomi delle tre donne trucidate e cancellate dalla memori.

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Pierangelo Maurizio

27/04/2009










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