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Pettino - In corso le verifiche di agibilità

Palazzi di cartone

«È venuta giù come una scatola di cartone poggiata sugli stuzzicadenti». La «scatola» è un palazzo di tre piani in via Dante Alighieri 3, a Pettino, frazione dell'Aquila.

Gli «stuzzicadenti» sono i pilastri sui quali l'edificio era stato costruito nei primi Anni '80. La definizione è di Stefano De Sanctis, giovane ingegnere che sta effettuando per conto della Protezione civile le prime verifiche di vulnerabilità e agibilità assieme al professor Enrico D'Amato, docente all'università del capoluogo. Il palazzo è caduto verticalmente sul garage, che è scomparso, trasformando d'un colpo il primo piano in piano terra e schiacciando le auto in sosta. «In termini tecnici si chiama collasso parziale. I motivi del disastro possono essere svariati - spiega De Sanctis - Ma una cosa è certa: non doveva accadere. Ed è stato davvero un miracolo che non ci siano state vittime». Già, un miracolo. Così non la pensano gli inquilini che hanno salvato la vita ma hanno perduto i risparmi di una vita usati per acquistare quegli appartamenti. «La porta blindata si era incastrata, una parte delle scale erano crollate e noi siamo rimasti bloccati dentro per tre ore - racconta Teresa Cuomo, che abitava al terzo piano - I costruttori sapevano che sotto il palazzo passava la faglia. E allora perché diavolo hanno costruito proprio qui se c'era questo rischio?».

Una domanda alla quale risponderà, speriamo, la magistratura. L'inchiesta sta ancora muovendo i suoi primi passi. Si è parlato di cemento fatto con la sabbia di mare, di armature deboli e insufficienti, di criteri antisismici allegramente ignorati. Vedremo. Quello che però si può vedere ora, senza aspettare la chiusura del fascicolo e usando come «interpreti» i due ingegneri, basta a far nascere seri sospetti sulla qualità della costruzione. Anche perché al civico 2, sebbene i danni siano ingenti, i pilastri hanno retto meglio e sembrano meno poveri d'acciaio. Di fronte, poi, un'altra palazzina ha resistito quasi senza conseguenze all'impatto del sisma. Qui, al numero 3, al contrario, la scatola si è «seduta» sul suolo. «La palazzina si è mossa rigidamente, ha traslato insomma, perché i pilastri hanno ceduto e non sono stati in grado di assorbire la scossa e di trasferirla agli altri elementi strutturali - osserva ancora Stefano De Sanctis - Vede, la "scatola" è integra, non ha danni strutturali. Ma il piano terra è svanito sotto il resto dell'edificio. Se poi era stata edificata con criteri antisismici, le conseguenze non dovevano essere così gravi».

Le colonne portanti e le saracinesche di metallo del garage sono esplose verso l'esterno. Se, però, l'autorimessa fosse stata più robusta, a rimetterci sarebbe stato il primo piano e il giorno dopo si sarebbero contati molti morti, perché a quel livello vivevano tre nuclei familiari. «Una perizia a vista non si può fare anche se il problema non è la faglia ma l'intensità delle scosse - continua Stefano - Ad occhio, però, posso dire che le staffe orizzontali di metallo suelle colonne sembrano poche e lo stesso discorso vale per le barre longitudinali. Tuttavia bisogna vedere qual era il rapporto fra questi due elementi metallici e la dimensione del pilastro. Ci vorrà tempo. Noi faremo una stima preliminare e consegneremo la scheda alle autorità competenti, poi vedremo...». Chiarisce D'Amato: «Le responsabilità da accertare sono di quattro livelli: progettazione, direzione dei lavori, esecuzione e collaudo». Attirati dal mostro «inginocchiato», sono molti i curiosi che si fermano in via Alighieri. Tra loro, Mino Marzulli, pugliese, una laurea in urbanistica e progettazione e un figlio che studia ingegneria all'Aquila: «Queste cose fanno inorridire - esclama - Nelle colonne c'era poco ferro e poi non erano ancorate al pavimento del primo piano con una gettata ad incastro, ma soltanto poggiate. Così i pilastri sono stati espulsi in tutto il perimetro della casa e l'edificio è venuto giù». I condomini dei due palazzi ora stanno affidandosi agli avvocati per fare causa ai costruttori. «Mi avevano detto che la mia casa era antisismica», spiega Agostino Biondi, che viveva con la moglie al civico 2. «Devo ancora finire di pagare il mutuo di un appartamento che non potrò più abitare», aggiunge il suo coinquilino Umberto Natrella. «E pensare - conclude Biondi - che il palazzo qui di fronte, quello che si è "seduto" sul garage, è stato fatto da un'impresa, la "Costruzioni Generali", tra i cui soci c'è anche l'attuale presidente dell'Ance...».

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dall'inviato Maurizio Gallo

19/04/2009










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