È così che un «politico puro» dev'essere: con questi limiti, ma anche con queste doti. Ora, nell'attuale svolta di tutto il Paese di cui egli è uno dei protagonisti, non so se ce la farà o meno: ma credo di poter affermare che è, o è diventato, qualcosa di più di un ottimo tattico. È un vero stratega della politica. E, se farà degli errori — anche i migliori strateghi ne fanno — ciò inciderà sulla sua carriera, ma non troppo sul giudizio di fondo che di lui si deve dare. È stata magistrale la mossa di affrontare il momento della «fusione» (a freddo o no che sia) rivendicando certo appieno il suo passato di uomo di partito e di dirigente di lungo corso, ma presentandosi tuttavia ai suoi e alla società civile italiana come un corretto interprete del suo ruolo istituzionale che lo pone comunque obiettivamente super partes, con la prospettiva di restar tale per altri tre anni: finché non avrà raggiunto la sessantina, un'età nella quale si è politicamente ancora giovani. Nei mesi scorsi, ha più volte rischiato grosso: con dichiarazioni e con scelte che gli hanno progressivamente alienato una parte almeno del «suo» popolo, dei suoi sostenitori. Si è detto che correva il pericolo di arrivare «nudo alla mèta»: nudo perché sprovvisto di seguaci. In realtà, puntava su una sua intima, profonda convinzione: che cioè i suoi seguaci appunto sarebbero rimasti irreparabilmente nudi se privi di lui, mentre per lui nella società civile italiana si stava aprendo un ampio, libero campo nel quale trovar un fluido ma consistente pubblico di seguaci e di estimatori nuovi. Non ha quindi esitato a formulare sul fascismo giudizi duri e forse in apparenza nemmeno troppo calibrati. Si è detto che ciò era da parte sua imprudente, che rischiava di correre con troppa impazienza verso il traguardo dello «spostamento al centro». Non era vero: si era perfettamente reso conto che in Italia esiste una grossa fetta di opinione pubblica che è politicamente conservatrice, abbastanza impaurita, alquanto conformista e desiderosa di ordine, ma insoddisfatta dei leaders delle varie destre — e dei vari centri — presenti e alla ricerca di nuovi capi cui riferirsi. Aveva capito altresì che questa parte d'opinione pubblica è fatta in genere di «cattolici sociologici», che sono cioè tali solo e prevalentemente in modo formale: che sono perbenisti a livello esteriore e profondamente individualisti internamente. Per questo, quando — più volte — i suoi di An sfoggiavano convincimenti e comportamenti integralisti (è il caso di dirlo, «più papisti del Papa»), si è tirato in disparte e ha fornito pareri personali liberi da preoccupazioni disciplinari e dogmatiche. Ancora una volta, si è detto che rischiava grosso: di perdersi la simpatia di una parte della gerarchia ecclesiale. Ma aveva anche in quel caso fatto i conti: e aveva calcolato che il bilancio delle simpatie perdute e di quelle acquistate, dello spazio che si chiudeva e di quello che si apriva, si sarebbe ancora una volta chiuso in attivo per lui. Per questo, quando ha parlato recentissimamente di «nuove sintesi», si è trattato ancora una volta di un colpo ben assestato. Tutti o quasi, nel Popolo della Libertà, hanno pensato che alludesse ai nuovi equilibri interni tra ex di An ed ex di FI. Nemmeno per idea. Ha lasciato che fossero i suoi colonnelli a baloccarsi con i concetti di «eredità ideale», di «patrimonio delle nostre battaglie», di «mantenimento della nostra identità nel nuovo soggetto politico» e via dicendo. Quelle sono chiacchiere, retorica consolatoria: e a lui interessano i dati concreti. Gianfranco Fini, non ancora sessantenne, sa di poter ragionevolmente contare con buone probabilità di felice esito su un altro quarto di secolo di vita politica. Quando tale teorico limite sarà spirato, saremo verso il 2035: una lontananza che oggi sembra astrale, da urlo. Invece è, politicamente parlando, dopodomani. Quali saranno gli scenari successivi di evolversi, nei prossimi cinque lustri? E quali saranno quelli futuri a breve scadenza, se la crisi che ci sta arrivando addosso dovesse essere più dura del previsto o se l'attuale Padre-Padrone della politica italiana dovesse per un qualunque motivo uscire di scena? Fini lascia che si dica in giro che la chiave politica del domani del centrodestra sia l'asse tra lui e il «liberale critico» Tremonti, che in qualche modo ha rimesso in circolo la vocazione sociale della vecchia Destra. Ma le alleanze durano finché durano, gli equilibri cambiano e con essi le amicizie. E poi ci sono anche altre incognite, ma anche altri orizzonti: la carta del Ppe che nessuno da noi o altrove ha ancora giocato sul serio; il rilancio magari dell'idea di unità europea, oggi in secca ma che la politica futura potrebbe rimettere in circolo; l'apertura a un tipo di politica nuova degli spazi mediterranei. «Nuove sintesi», magari, tra concetti ormai stantii e barriere ormai evanescenti: tra «destra» e «sinistra», valori che possono venire dimenticati oppure rivissuti e reinterpretati. A cinquantasette anni, in politica, si è ancora giovani; e poi il potere logora chi non ce l'ha, mica lui. Dobbiamo ancora conoscerlo, il vero Gianfranco Fini. Franco Cardini
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26/03/2009