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La garanzia del presidente Napolitano

Eppure questa è la giusta lettura dei primi trenta mesi della presidenza Napolitano, il quale è riuscito a trasmettere agli italiani il senso di un vertice di Stato solido e affidabile, nel momento in cui si accentuano i disequilibri partitici, la crisi economica e l'incertezza del futuro. Non a caso nei sondaggi d'opinione la fiducia verso il Quirinale viene al primo posto rispetto a tutte le altre istituzioni. Il Presidente si è dato una chiara missione, i cui capitoli sono illustrati ad ogni occasione, da ultimo nel messaggio di fine anno.

Al primo punto c'è il rafforzamento della coesione nazionale come elemento indispensabile affinché la nostra comunità possa avanzare senza frammentarsi in mille interessi settoriali, regionali e corporativi. Ciò non toglie che l'attenzione di Napolitano sia al tempo stesso rivolta a quella dimensione europea di cui trent'anni fa divenne sostenitore su impulso di Altiero Spinelli. Altrettanto marcata è la sua funzione di garanzia che la Costituzione assegna al Presidente di una Repubblica che resta parlamentare.

La coscienza che il presidenzialismo non è stato ancora introdotto nell'ordinamento italiano, né per il Capo dello Stato né per quello del governo, malgrado le trasformazioni della cosiddetta «costituzione materiale», induce Napolitano a insistere sull'opportunità che le riforme costituzionali, se vi saranno, dovranno essere fatte nella più larga condivisione.Non si tratta però della cultura del consociativismo, bensì dell'esigenza che le parti che si combattono anche aspramente, ad un certo punti si accordino sulle grandi regole del gioco democratico.


L'altra insistente azione di «persuasione morale» del Quirinale riguarda la reciproca legittimazione tra le opposte forze politiche. Si tratterebbe di un monito inutile se vivessimo in una normale democrazia occidentale, ma così non è. Specialmente nella cosiddetta «Seconda Repubblica», l'abitudine a demonizzare l'avversario costringe i protagonisti più responsabili della vita pubblica, e quindi in primo luogo il Presidente, ad insistere sul valore della legittimazione democratica. Di tal fatta ci sembrano le linee di forza con cui Napolitano guida la Repubblica. Non è poco, né facile, né tantomeno scontato. Infatti la storia dei Presidenti è tutt'altro che lineare. Troppe volte in sessant'anni il Quirinale è parso, forse a torto, uscire dai binari che la Costituzione gli assegna.

L'ex comunista Napolitano, invece, sembra somigliare, per stile, sobrietà e prassi istituzionale alla prima presidenza del liberale Einaudi, mai sufficientemente rimpianta. Finora è rimasto lontano da tutte le tentazioni in cui incorsero i suoi predecessori: le disavventure che colpirono, forse ingiustamente, Giovanni Leone, costretto a dimettersi proprio dai comunisti; le ondivaghe pulsioni di cui fu preda Francesco Cossiga; e da ultimo l'interventismo partigiano di Oscar Luigi Scalfaro. Di questi tempi, che diverranno più difficili nell'anno che si è or ora aperto, sapere che Giorgio Napolitano vigila dal Quirinale, è un motivo di tranquillità per tutti.
 

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