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Non siliconiamo la vera politica


Nell'epoca di re Umberto, la Città Eterna scoprì di covare al suo interno la "Roma gialla".
Che cos'era codesta capitale color dell'ocra? Nient'altro che la città nella quale cultura, scienza, arte e politica si mescolavano con sinergìe sconvolgenti, scivolando tutte inesorabilmente nella gioia di vivere, anzi del piacere, del consumismo e, con un parolone di allora, della lussuria. Venere aveva scalzato il Marte risorgimentale e il femminocentrismo dilagò.
Il disimpegno epicureo fu innalzato a teleologia e così, in luogo della promessa terza Roma, intanto venne messa a disposizione una nuova godereccia Bisanzio.
Era la stagione in cui il giovane D'Annunzio cominciava a far testo di erotismo, di snobismo e di edonismo; il tempo della "Cronaca bizantina", il raffinato periodico di Angelo Sommaruga, e, insieme, salotto decadente, dove lo stesso burbero e grave Carducci cominciò a sgretolarsi, declinando dall'Epos all'Eros, davanti alle cosce tornite di Adele Bergamini, la ballerina più bramata dell'Urbe.
Il fiero Giosuè, di soubrette in cantante, alla fine scivolò dall' Inno a Satana dentro l'epidermide calda della ventenne Annie Vivanti, la bella fanciulla, che dalla combattiva loggia massonica condusse il maestro nell'alcova dei sensi.
Per la prima volta, nella storia del regno d'Italia, che allora aveva circa vent'anni, le donne dello spettacolo, senza dimenticare le eroine del bovarysmo militante, cominciarono a far capolino nella vita politica italiana, non come protagoniste assolute, ma in foggia di presenze occulte, eppur condizionanti, talvolta decisive.
Dalla cintola in giù, tutte le vedrai, fu il motto dei nuovi politici gaudenti.
Eva Cattermole, poetessa col nome di "Contessa Lara", macchiò il buon nome del ministro degli esteri Pasquale Stanislao Mancini, del quale sposò il figlio Eugenio, cornificandolo in maniera conclamata. Eugenio uccise in duello l'amante di Eva, ma lo scandalo fu tale da consacrare i palazzi romani come habitat ormai invasi dagli eterni femminini più o meno regali.
La contessa Lara morì, poi, di Roma Gialla, uccisa, nel 1896, ancor giovane, dall'ultimo amante, un mascalzone imbrattatele di nome Giuseppe Pierantoni.
Quattro anni prima, nel 1892, la nuova Bisanzio aveva prodotto lo scandalo della Banca Romana, il primo esempio di finanziamento illecito della politica, finito poi in nulla, visto che c'erano dentro tutti, a cominciare dai Savoia.
Sarà un caso, ma già allora l'ingresso delle ballerine, delle cantanti e delle donne di spettacolo marcò una caduta di fiducia nelle istituzioni.
Già, allora si alluse alla casta e con epiteti ancora peggiori.
Colpa delle belle donne? No, colpa dei maschietti incontinenti.
Viva Venere, dunque, magari al naturale e non rifatta, ma in mezzo alle nostre crisi ed emergenze, forse è meglio che, per il momento, le cosce ben tornite rimangano al Bagaglino.

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