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Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica ha ...


Non credo, nemmeno, che per uscire dalla crisi sia necessario «unire le forze, ritrovare quel senso di un comune destino e quello slancio di coesione nazionale che in altri momenti cruciali della nostra storia abbiamo saputo esprimere».
La coesione nazionale, infatti, è una condizione della democrazia politica. Nelle recenti elezioni presidenziali negli Usa è stato John McCain a comunicare al mondo la vittoria di Barack Obama, ed è stato Barack Obama a celebrare come un eroe della storia americana John Mc Cain, mentre i sostenitori di entrambe agitavano una sola bandiera, quella a stelle e strisce. Perché oltre atlantico esiste il senso di appartenere ad un popolo, ad una nazione, ad una democrazia. In una democrazia solida, dove non si delegittima l'avversario come avviene nei confronti di Silvio Berlusconi da quando si è sottoposto al vaglio del popolo e del suo consenso.
Per questo non credo che sia corretta la diagnosi del Capo dello Stato quando sostiene che «è essenziale che le forze politiche escano da una logica di scontro sempre più sterile» o che «esse possono guadagnare fiducia solo mostrandosi aperte all'esigenza di un impegno comune, ed esprimendo un nuovo costume, ispirato davvero e solo all'interesse pubblico».
In questi mesi il governo e la maggioranza hanno agito perseguendo esclusivamente l'interesse pubblico: la soluzione della crisi dei rifiuti a Napoli, le misure a favore dell'economia, la manovra finanziaria e la strategia di riduzione strutturale della spesa pubblica, la profonde azioni di ammodernamento della scuola e della pubblica amministrazione sono tutti tasselli di una strategia di contrasto della crisi economica e di rinascita nazionale.
Se c'è qualcosa che in questi mesi non ha funzionato, è stata proprio l'opposizione. Il Presidente del Consiglio ha esordito a maggio scorso offrendo una proposta di collaborazione per le riforme.
Ma è bastata una manifestazione degli estremisti giustizialisti in Piazza Navona per far fallire qualunque intesa sul piano delle regole, mostrando a tutti la misura della mancanza di visione strategica sul futuro del Paese da cui è afflitto il Partito Democratico.
Ora le riforme strutturali e costituzionali - come ha detto Napolitano - sono all'ordine del giorno del Parlamento. Sta al Partito Democratico la scelta: essere protagonista delle riforme oppure seguitare a utilizzare falsi argomenti contro il leader della maggioranza come alibi per sottrarsi alle proprie responsabilità.
Così come sta alla maggioranza procedere sulla strada del cambiamento con un coraggio maggiore di quello mostrato tra il 2001 e il 2006. Saremo tutti capaci?
*Deputato Pdl

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