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C'è un fantasma, ma ormai non è solo più un fantasma, che ...

C'è un fantasma, ma ormai non è solo più un fantasma, che aleggia, minaccioso, sul mondo del lavoro: il licenziamento o, ben che vada, la cassa integrazione per migliaia e migliaia di operai. Dalla Fiat alla Telecom e alle tante piccole imprese che rischiano di chiudere i battenti: il bollettino di guerra di questo autunno nerissimo sembra una Caporetto dagli effetti dirompenti.


Il Governo cerca, ovviamente, di intervenire per tamponare le falle più gravi dell'emergenza economica, ma Tremonti non può allargare i cordoni della borsa più di tanto perché l'Italia si trova un cappio al collo: il debito pubblico, il terzo più grande al mondo, che impedisce al nostro esecutivo di varare quelle misure aggiuntive che dovrebbe predisporre in tutta fretta.
Oggi il ministro dell'Economia, proprio per quel cappio al collo, deve cercare di realizzare la classica quadratura del cerchio, ovvero tentare di dare di più senza pesare troppo sul disavanzo.
I margini di manovra sono però stretti: al massimo, può ridurre ulteriormente le spese dell'Amministrazione Pubblica e, al tempo stesso, recuperare tutti quei finanziamenti europei che non vengono utilizzati. Il Governo ha così deciso di rastrellare altri 500 milioni di euro dal Fondo Sociale Europeo, soldi normalmente utilizzati dalle Regioni per la rioccupazione e la formazione dei lavoratori che saranno invece dirottati a fronteggiare l'impennata delle spese per la cassa integrazione.
Ma tutti gli ammortizzatori sociali rischiano di essere una goccia nel mare profondo della crisi. E allora? Allora bisogna trovare strade alternative e, tra le tante terapie d'urto, sono personalmente molto favorevole al modello tedesco della «settimana corta» di 4 giorni lavorativi. In un'emergenza come l'attuale, produrre a scartamento ridotto non sarebbe uno spreco di risorse e di energie: non è un caso che un imprenditore come Francesco Casoli, vicepresidente del gruppo Pdl al Senato e già presidente degli industriali di Ancona, è deciso a rilanciare la «settimana corta» anche in Italia. Ricordo tutte le polemiche scoppiate in Germania quando venne adottato il modello Volkswagen: in altre condizioni, quel modello non sarebbe stato praticabile in Italia perché una riduzione dell'orario di lavoro significa anche un taglio ai salari.
Ma oggi, di fronte alla prospettiva di un milione di posti di lavoro in meno nel 2009, chi non è disposto a stringere ancor più la cinghia piuttosto che essere licenziato? Intendiamoci, prima di pensare all'occupazione, con ammortizzatori sociali connessi, si dovrebbe fare tutto il possibile, debito pubblico permettendo, per rilanciare i consumi nel nostro Paese. Ma è anche vero che la «settimana corta», da intendersi non come la semplice riproposizione del vecchio slogan della sinistra «lavorare meno per lavorare tutti», potrebbe salvaguardare il posto a tantissimi addetti e, al tempo stesso, agevolare le imprese che debbono contrastare il crollo dei consumi stessi. Senza considerare che la strada dei 4 giorni lavorativi è, comunque, obbligata dal progresso, a prescindere dallo tsunami economico di questi mesi. Una situazione straordinaria richiede interventi straordinari e, soprattutto, tanto coraggio in più.

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17/12/2008










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