Con un trattato ormai
«morto», è arrivato il momento di disegnare l'Europa per il
popolo e non per i burocrati. Ma l'Italia, spiega il
senatore a vita, difficilmente potrà avere un ruolo di
primissimo piano: «La storia è la storia. Non saremo mai la
Francia, né la Germania, né la Gran Bretagna e rischiamo di
non essere nemmeno la Spagna». E non è un caso se dal
divano della sua abitazione romana, Cossiga continua a
ricordare le parole del suo caro amico Helmut Schmidt. L'ex
cancelliere della Repubblica federale tedesca gli spiegò,
capendo però l'invidia italiana, che nel Vecchio Continente
l'asse è da sempre franco-tedesco.
Presidente Cossiga,
come giudica la bocciatura irlandese al Trattato di
Lisbona?
«Vedo dalle reazioni al voto negativo
dell'Irlanda al Trattato che molti in questa valutazione
non sanno separare le ragioni giuridiche da quelle
politiche e sentimentali. Voglio chiarire una cosa, prima
di tutto: quanto è stato detto dal primo ministro
britannico Gordon Brown, cioè che il Trattato è morto, è
assolutamente vero. Perché il trattato, per entrare in
vigore, avrebbe bisogno del voto di tutti i Paesi. Quindi
coloro i quali annunciano che bisognerebbe andare avanti
con la ratifica, commettono un errore giuridico: non si può
ratificare qualcosa che è morto».
Cosa si può fare?
«Se questa deve essere la strada si può pensare di
impegnare i governi europei, quelli che ci stanno, a
sottoscrivere subito lo stesso Trattato. Potremmo pensare a
un atto di adesione al testo. Ma, ripeto, l'idea generosa
di qualcuno che vuole andare avanti con le ratifiche non ha
senso. Io rispetto molto il presidente della
Repubblica e il presidente del Senato, ma i buoni
sentimenti sono una cosa e il diritto costituzionale
internazionale un'altra. Ho parlato con il ministro
degli Esteri poco fa e ho detto che bisognerebbe
organizzare un grande dibattito politico e votare anche una
mozione in cui si danno delle indicazioni precise su cosa
si deve fare. Ma soprattutto bisogna che gli italiani, e
tutti gli altri popoli, abbiano un'idea dell'Europa che
vogliono».
Perché si è arrivati alla bocciatura del
testo da parte del popolo irlandese?
«Teniamo
presente che l'Irlanda ha ottenuto soltanto nel 1922, dopo
la pasqua di sangue, l'indipendenza e il riconoscimento
della sua identità celtico. Non può rinunciare alla sua
identità senza sapere a cosa va incontro».
Perché
aleggia diffidenza attorno al progetto?
«Perché i
cittadini vedono l'Europa sempre più come l'Europa dei
burocrati. Guardiamo, e badi bene che io non sono leghista,
a quello che ha detto Tommaso Padoa Schioppa ("non sono
testi che si sottopongono al veto degli elettori"). Se si
trattasse di accordi tecnici lo capirei, ma sono accordi
coi quali rinunziamo a parti molto importanti della nostra
sovranità».
La Lega propone un referendum.
«Io nella precedente legislatura ho presentato
un disegno di legge costituzionale. Ora dobbiamo scegliere.
Decidiamo se prendere la strada dell'Europa veramente unita
e questo significa per esempio la difesa comune, un
esercito sotto un unico comando, come era l'esercito
imperiale tedesco. Ma io, prima ancora, vorrei
sapere quanti italiani conoscono cosa c'è scritto nel
trattato di Lisbona e mi chiedo quanti parlamentari
italiani l'abbiano letto, senza offendere nessuno. La gente
non sa cosa è l'Europa. Ciò che mi spaventa è
l'indifferenza degli italiani. Dall'odio può nascere amore,
dall'indifferenza nulla».
Che il popolo debba avere una
consapevolezza maggiore del passo che si compierà lo dice
anche l'ex presidente Ciampi o il ministro Franco Frattini,
per fare due nomi.
«Guardi, io sono nato in una
famiglia antifascista dove si era per forza contro
l'antisemitismo e europeisti. Ma questa Europa se noi la
facciamo esaminare ai giuristi, cosa sia veramente non si
sa, non si capisce».
Lei come la definirebbe?
«Impotente e onnicomprensiva. Abbiamo un'Europa che,
talvolta, per le cose importanti è impotente. Poi abbiamo
un'Europa che vuole verificare, mettere multe e vedere
quali leggi fa il Parlamento italiano, con l'operato di un
"oscuro" commissario. Mi chiedo: ma perché la Commissione
crede di essere un governo? Quando io sono stato presidente
del Consiglio dei ministri, una volta il grande cancelliere
socialdemocratico tedesco Schmidt bloccò l'allora
presidente della Commissione dicendo: "Stia zitto lei, che
è il primo dei nostri impiegati"».
Qual è stato
l'errore dell'Europa?
«Non c'è una politica unica. Non
aver creato un nucleo forte. Non essersi data istituzioni
certe prima dell'allargamento. E di essersi messa su questa
strada diluendo l'Europa stessa. Tra l'altro, apro una
parentesi: con il Trattato di Lisbona, grazie a un
meccanismo, se si mettessero d'accordo tre o quattro
piccoli Stati l'Italia verrebba fatta fuori».
Dopo il
no dell'Irlanda si sono fatte alcune ipotesi. Tra queste
quella, che lei non condivide, di andare avanti comunque.
Qual è la sua soluzione?
«O si segue la via britannica
(e le assicuro che gli inglesi hanno tirato un sospiro di
sollievo dopo il voto irlandese) e si accetta l'idea che
l'Europa è una zona di libero scambio con un moneta unica,
tenendo però bene a mente che non tutti i Paesi dell'Unione
europea fanno parte dell'eurozona. Oppure prendiamo la
forma della confederazione o della federazione, dove i
poteri reali derivano dal popolo, dove c'è una
compartecipazione tra i governi di stati e i governi
d'emanazione diretta del Parlamento: si fa una commisione
con persone, che in pratica sono alti funzionari o politici
"trombati". Ma un governo che risponda all'assemblea
politica».
Molti, prima di iniziare a parlare della
fase politica, discutono sul problema dell'identità.
«Dobbiamo dire che l'idea d'Europa è sorta dopo la
grande strage della Prima Guerra Mondiale e poi come una
forma di lotta antifascista. Ma oggi questa è un'Europa
senza identità. È un bene se molte persone fanno appello
alle radici giudaico-cristiane. La realtà è che l'Europa è
un cocktail, se no non esiste, di Atene-Gerusalemme-Roma.
Un'Europa senza identità e senza valori non si costituisce.
Israele, del resto, senza la sua cultura e i suoi valori
non sarebbe nata. Stessa cosa è successa con la Svizzera,
che all'interno aveva diverse culture ma i valori erano
comuni. Poi sono stati fatti anche altri errori. Nella
formazione, si sono creati, e in questo ha ragione il
presidente Sarkozy, delle autorità che non rispondono a
nessuno come la Banca centrale europea, che fa la sua
politica in teoria anche totalmente diversa da quella dei
Paesi membri».
L'Italia potrà mai essere al centro
della scena?
«Schmidt mi disse una volta che capiva la
nostra invidia e perplessità per l'amicizia particolare che
forma l'asse franco-tedesco. Ma disse anche che l'Europa è
sorta su quest'asse a iniziare dai tempi della Comunità del
carbone e dell'acciaio».
Quindi l'Italia che ruolo può
assumere in questo cammino?
«Dobbiamo tenere presente
che l'Europa è un continente che si è formato nell'Europa
centrale, la storia è storia. Siamo stati sempre usati al
di là delle Alpi. Inoltre, consideriamo che la politica
democristiana ha avuto sempre due attrazioni: quella di
guardare al Mediterraneo e quella di guardare all'Europa. È
una cosa che si ripete nel popolo italiano, lo vediamo nel
caso della quieta equidistanta tra israeliani e
palestinesi: ma purtroppo questa equidistanza non c'è. Nel
caso di Israele non c'è stata soprattutto con il precedente
governo. Non so quanti, dopo l'attacco di Hezbollah, hanno
avuto il coraggio di partire e andare in Israele: io l'ho
fatto».
Mi scusi, sta dicendo che siamo destinati a
restare un passo indietro rispetto ai grandi?
«Credo
che noi italiani avremmo fatto molto meglio, dopo la
parentesi degasperiana, a essere il primo dei Paesi medi,
che essere l'ultimo dei Paesi grandi. Non è soltanto un
fatto di ricchezza. Noi dobbiamo capire che la politica
internazionale è un rapporto tra forze e noi non siamo la
Germania, non siamo la Francia, non siamo il Regno Unito e
rischiamo di non essere neanche la Spagna. Naturalmente
dobbiamo fare di tutto per inserirci in questo gioco
tenendo conto di alcune realtà storiche. Certamente
qualunque cosa dica Sarkozy desta molta attenzione a
Berlino e viceversa Parigi starà molto attenta a cosa dice
Berlino o Londra. Noi che siamo a Roma cerchiamo di
metterci in mezzo, ma non possiamo pensare di poter destare
attenzione come succede per gli altri grandi Paesi
d'Europa. Silvio Berlusconi deve accontentarsi».
Giulio Tremonti spiega che dopo l'era del sogno europeo
è arrivata la fase economica.
«Vale a dire facciamo gli
affari... Beh, mi lasci un attimo spiegare che con
l'euro è stato fatto un errore. Mi ricordo che vi furono
persone come Monti, come Paolo Savona e altri grandi
industriali che avevano forti dubbi sul fatto che si
dovesse entrare da subito nel grande giro della moneta
unica. E furono accusati di antieuropeismo. Che le
condizioni economiche italiane siano dovute a
un'inappriopriata forma del nostro ingresso nella zona
dell'euro, su questo credo che non ci piova».
La
spiegazione di Tremonti prosegue dicendo che ora tocca alla
fase politica.
«L'Italia non ha mai avuto una grande
vocazione in politica estera. Non ci dimentichiamo che
siamo una nazione giovane rispetto alla Francia e alla
Germania. Dobbiamo essere anche onesti e dire che siamo una
"periferia" dell'Europa».
Vai alla homepage
15/06/2008