Ormai si è esposto ma ha anche ottenuto un
risultato politico e di comunicazione: ha spinto tutti a
correre dietro alla palla, come una squadra di calcio che
gioca male. Tutti a discutere di Robin Hood, tutti caduti
nella trappola della metafora scelta dal ministro, e quindi
a disquisire dello sceriffo di Nottingham e dei passaggi di
denaro tra i poveri e i ricchi. Chi detta le metafore, in
fondo, comanda, quindi onore alla scelta indovinata di
Tremonti.
Ma questo non basta, e allora perché lo fa
Tremonti? Il punto di partenza è che i due settori,
bancario e petrolifero, lucrano e prosperano più del
solito, molto più del solito, non (solo) quando realizzano
miglioramenti competitivi o investimenti di successo ma
anche per due ragioni indipendenti dalle loro scelte e,
perdipiù, dannose per tutti gli altri. Perché l'energia e
il credito rendono di più a chi li eroga quando salgono i
tassi di interesse e quando sale il prezzo del petrolio.
Insomma, quelle che per le famiglie e per le aziende sono
disgrazie per i petrolieri e per i banchieri diventano
occasioni propizie, oltretutto piovute loro in testa senza
alcun merito.
Tutto giusto. Ma forse, allora, ci
saranno meno investimenti e quindi meno efficienza futura?
In astratto sì. Ma l'andamento degli investimenti delle
società petrolifere per le loro attività tassate in Italia
non è esaltante e non subirà quindi alcun rallentamento
drammatico, mentre una certa disponibilità a investire
l'abbiamo notata solo per accaparrarsi posizioni di rendita
in settori chiave della distribuzione, non proprio l'ideale
per i clienti. Le banche hanno realizzato grandi profitti
Li hanno usati per espandersi all'estero o per lottare con
molta durezza tra loro per conquistare gli spazi residui in
Italia, portando in alcuni casi a valutazioni
impressionanti, quasi una "bolla dello sportello". Sugli
investimenti, insomma, nessuno ha proprio la coscienza così
pulita da obiettare contro la tassa.
Andiamo avanti con
le contestazioni a Robin Hood. Si dice che potrebbe
trasferirsi sui clienti parte o l'intero importo della
tassa. In sostanza l'effetto sarebbe un aumento del gettito
fiscale accompagnato da un parallelo aumento dei prezzi. E'
possibile, certo. Però va tenuto in considerazione che,
comunque, si tratta di due mercati competitivi. State già
ridendo? Non esagerate con il sarcasmo, perché al crescere
dei prezzi crescono anche gli spazi per ricavarsi nicchie
competitive. E' quanto sta succedendo in questi giorni nel
settore bancario: a tassi di mercato che crescono si
accompagna una maggiore concorrenza nell'offerta di mutui.
Mentre una benzina ancora più costosa porterebbe sempre più
aziende verso tentativi di svincolarsi dall'apparente
uniformità dei prezzi.
Certo, però una tassa è una
tassa. Sempre meglio evitare, anche per non abituarsi.
Questa è un'obiezione ontologica e alla fine è la più
simpatica.
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15/06/2008