Almeno quelle con il suo interlocutore, il ministro
dell'Economia Giulio Tremonti. Sono prove di dialogo quelle
che vanno in campo, è il caso di dirlo, al Foro Italico in
un incontro organizzato da Formiche e Lottomatica dal
titolo «Le partite del nostro tempo».
È un D'Alema
pimpante quello che si presenta a uno degli eventi
collaterali degli Internazionali di tennis. Confessa che,
lasciato l'incarico, «non è vero che si vivono momenti di
depressione, tutt'altro: governare il Paese è angoscioso,
dopo ci si sente risollevati». Si lascia andare
all'analisi: «Negli ultimi quindici anni c'abbiamo provato
un po' tutti a governare il Paese» ma quando si è al
comando «si avverte un senso di solitudine e di impotenza,
da soli non ce la si può fare». Per questo occorre «una
comune assunzione di responsabilità», per riuscire a «dare
una spallata al Paese». Insomma, anche per l'ex ministro
degli Esteri serve un filo che unisca maggiorana e
opposizione. Ricorda: «Quando ho presieduto la Bicamerale
per le riforme, davanti a noi è sfilato il Paese. Abbiamo
audito i sindacati, i magistrati, le imprese. Tutti
dicevano che era assolutamente urgente cambiare l'assetto
del Paese. Tutto, ma non quello che gli competeva. Il
Consiglio di Stato trovava assolutamente perfetto che lo
stesso organismo consigliasse il governo a fare le leggi e
magari le potesse anche giudicare. Per carità, per loro era
il sistema più perfetto del mondo. Per non parlare degli
ordini professionali». E parte il primo affondo: «Non
appena abbiamo promosso delle modifiche la destra li ha
spalleggiati nel non voler cambiare nulla». Tremonti non
demorde: «È arrivato il momento di fare insieme le grandi
riforme». Ma D'Alema avverte: «Volemose bene non mi pare
uno slogan efficace ma avere rapporti corretti tra
maggioranza e opposizione è un fatto di civiltà. Io sono
stato il primo a pagare un prezzo per il dialogo ai tempi
della bicamerale, bisognerà vedere a questo punto se si
tratta solo di uno stile nuovo o se è un fatto che porterà
a cose positive».
Eppure, proprio a D'Alema era toccato
intrattenere il pubblico sui massimi sistemi in attesa che
arrivasse Tremonti impegnato in una riunione sull'Ici: «Lo
scuso». E in sua assenza si era anche lasciato andare: «È
uno dei migliori ministri in Europa».
Si esce dalla
stretta quotidianità. Tremonti declina il nuovo dizionario:
A come agricoltura visto che «si sta tornando a ricoltivare
i campi», b come bonus o come bond europei. Anche D'Alema
la prende alla larga ma poi non resiste e punge di nuovo:
«Dopo il 1989 si pensava che il mercato avrebbe fatto
tutto. La destra diceva che non c'era bisogno dlela
politica e la sinistra, per eccessiva subalternità, non ha
contrapposto nulla». E, invece, no «alla globalizzazione:
servono regole e istituzioni, serve la politica». Il
ministro dell'Economia non ci sta: «Un parte della sinistra
governista è stata troppo mercantista. L'import e l'export
non è tutto, lo dimostrano le proteste alla fiaccola
olimpica». D'Alema risponde per le rime: «Il Paese ha
bisogno di coesione sociale». Tremonti sbotta: «Se continui
così resterete all'opposizione altri venti anni». E l'ex
vicepremier se la prende: «Tutti quelli che vanno al
governo pensano di restarci venti anni, poi alle elezioni
puntualmente perdono. Chi perde le elezioni in Italia non
deve fare nulla, deve solo aspettare le prossime urne».
Tremonti ride: «Ma io non ho detto che resto al governo
venti anni, penso che sei tu che ti farai due decenni di
opposizione». Et voilà, il dialogo è già naufragato.
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16/05/2008