«La nostra storia — spiega — prosegue in
una forma diversa. È un filo rosso di coerenza in un
progetto che è iniziato tanti anni fa per far diventare la
destra italiana protagonista a livello europeo».
Però
tra i militanti di An serpeggia la paura di perdere la
vostra identità andando a finire in un partito nuovo.
«È un pericolo che non c'è. Si scioglie chi non ha
niente da dire, noi invece siamo protagonisti di un
processo di costruzione di una cosa nuova. Dentro la quale
porteremo i nostri valori e le nostre idee. Successe anche
con il passaggio dal Msi ad An. E avendo già vissuto quella
fase forse per noi questo momento diventa più facile.
Certo, i rischi quando si va verso qualcosa di
completamente inedito, diverso, ci sono. Ma la capacità
della politica deve essere quella di anticipare i tempi».
C'è anche chi dice che questa aggregazione è stata una
scorciatoia per poter entrare nel Ppe.
«In Europa non
c'è più il partito popolare formato dalle vecchie Dc, oggi
si sta ridefinendo il ruolo del Ppe. E noi siamo dentro
quel processo».
Lei è considerato molto vicino a Fini.
Che effetto le ha fatto vedergli lasciare la presidenza del
partito dopo vent'anni?
«Ho ripensato alla strada fatta
insieme, al primo movimento sociale, poi a Fiuggi e a tutte
le fasi successive che hanno tolto An da una sorta di
ghettizzazione culturale, da una subalternità psicologica
rispetto agli altri partiti. E se oggi siamo
definitivamente accettati a livello di centrodestra lo
dobbiamo a Gianfranco. E lo posso dire perché sono stato
accanto a lui nei momenti difficili, quando ha rischiato di
rimanere solo, quando c'è stato il superamento delle
correnti, quando si è dovuto ricostruire lo spirito
unitario di An».
Ora però dovrà lasciare il partito per
diventare un garante super partes.
«No, il suo ruolo
istituzionale sarà diverso, lo ha detto. Sarà di indirizzo
culturale e politico per la nuova fase che si sta aprendo».
Quanto è stata importante la vittoria di Roma per
assumere un ruolo di parità con Forza Italia?
«Importantissima, il protagonismo di An nella capitale
e al sud ha bilanciato l'asse con il Nord e con la Lega.
Abbiamo dimostrato che An è stata capace di leggere nel
tessuto di Roma, tra le pulsioni della gente, abbiamo
saputo intercettare il malumore, anche a livello di alta
intellettualità».
Restiamo a Roma. Alemanno, in
un'intervista al «Sunday Times» ha dichiarato di non essere
mai stato fascista. Anche lei condivide questa
affermazione?
«Io dico che definirsi fascista
staccandosi dal contesto storico in cui quell'ideologia si
è sviluppata è davvero fuori luogo. Riconoscersi
nel regime fascista è sbagliato. Tra l'altro io vengo da
un'esperienza di analisi culturale che leggeva il fascismo
in un momento diverso. Noi guardavamo al movimentismo
fascista, la parte più socialista, guardavamo al futurismo
come a un movimento che spezzava le regole, iconoclasta,
che esprimeva voglia di creatività. E non dimentichiamo che
il futurismo è stato rivalutato anche da personaggi della
sinistra come Fuksas».
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12/05/2008