Già perché
l'impressione è che Veltroni abbia solo rinviato
l'inevitabile regolamento di conti e che, d'ora in avanti,
i big del partito si divertiranno a cuocerlo a «fuoco
lento». La minaccia di anticipare il congresso è servita a
guadagnare un po' di tempo e, soprattutto, a fermare la
battaglia in atto sulla nomina dei capigruppo.
Ma
quello che oggi appare un successo, domani gli si potrebbe
ritorcere contro. L'ipotesi di un congresso anticipato ha
spiazzato tutti anche perché, ad oggi, la fronda interna
non ha una reale alternativa da proporre. Inoltre il Pd è
ancora una partito «liquido», non ci sono tessere e chi fa
politica da tempo sa che non ci si può contare se non ci
sono numeri che permettano di misurare i rapporti di forza.
Così Massimo D'Alema (che ha incontrato Beppe Fioroni e
Enrico Letta) fa di tutto per spiegare che «non c'è alcun
anticipo del congresso» e che «non servono confuse rese dei
conti e confronti tra diverse linee politiche, ma una
discussione seria che non riguardi solo il gruppo dirigente
ma coinvolga il territorio».
E mentre Piero Fassino
spiega, intervistato dall'Espresso, che il segretario non
si tocca, Fioroni sottolinea che «i congressi sono una cosa
molto importante ma possono essere utili o un inutile
alibi». A difendere l'idea di un congresso anticipato resta
quindi solo Arturo Parisi che suggerisce a Veltroni di
ripropporre l'idea nel coordinamento del Pd.
Ma l'aver
fiaccato il fronte degli oppositori potrebbe non bastare a
Veltroni, visto che i nodi da sciogliere sono ancora molti.
A cominciare dalla nomina dei vicepresidenti di Camera e
Senato. Per Montecitorio circolano i nomi di Rosy Bindi e
Piero Fassino, mentre a Palazzo Madama si parla di Vannino
Chiti e Francesco Rutelli. Ma Parisi ha già detto di
giudicare sbagliate candidature fatte in base
all'appartenenza. Senza contare che, sul tema, farà sentire
la propria voce anche l'Idv di Antonio Di Pietro. Insomma
si annuncia burrasca.
C'è poi da sottolineare il fatto
che, Antonello Soro è sì stato confermato nel ruolo di
capogruppo alla Camera, ma su 208 voti disponibili ne ha
ottenuti solo 160 (tre assenti). Dei restanti, 10 sono
andati a Pierluigi Bersani, 35 sono state le schede bianche
e tre gli astenuti. Un segnale di dissenso da non
sottovalutare.
Per ora comunque Veltroni va avanti. Il
segretario ha stretto l'accordo con i Radicali che
entreranno con una propria delegazione nel gruppo del Pd e,
soprattutto, ha intenzione di consultare il resto del
partito sul congresso. Lunedì il leader lo riproporrà nella
riunione con i segretari regionali, convocata in mattinata
come prima tappa di riflessione.
Dopo la riunione dei
segretari regionali, lunedì 12 maggio è stato convocato il
coordinamento nazionale, l'organismo di 150 membri che
comprende anche gli amministratori locali di primo piano,
come Massimo Cacciari, Sergio Chiamparino e Sergio
Cofferati. Oltre che una riflessione sul voto, il
coordinamento sarà l'occasione per la definizione del
«governo ombra».
Sempre a maggio, in una data ancora
da stabilire, si svolgerà l'Assemblea Costituente, chiamata
anche ad eleggere il nuovo presidente del Pd dopo le
dimissioni di Romano Prodi e, probabilmente, a rivedere gli
organismi interni. La battaglia, insomma, è appena iniziata.
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01/05/2008