La sua vita è fatta a zig zag. È stato un
militante di destra, poi si è allontanato, ha fatto
pubblicità, i libri, direttore editoriale della Vallecchi,
al timone della fondazione Valore Italia per il made in
Italy, infine «richiamato in servizio» da Alemanno per una
campagna elettorale che sembrava disperata. Lui corregge:
«Non è vero. Siamo partiti per vincere».
Be', insomma.
Il Pdl ha trovato il candidato ai tempi supplementari...
«Ma poi siamo partiti e abbiamo vinto».
C'erano
trenta punti di svantaggio, quindici anni di governo della
sinistra. Come è stato possibile?
«Piccola premessa.
Bisogna che ci siano due condizioni: il prodotto e la
richiesta del mercato. Nel nostro caso c'erano tutt'e due e
siamo stati bravi nel far combinare le due cose».
D'accordo, ma come?
«Ripeto, abbiamo corso dal
primo metro per vincere. E tutta la campagna, tutti gli
strumenti, sono stati orientati per vincere».
E siamo
ancora sul vago, scendiamo nello specifico. Come avete
fatto ad invertire la tendenza?
«Allora le spiego.
Abbiamo diviso la campagna in due momenti. Nel primo
l'obiettivo era andare al ballottaggio. E per farlo non
dovevamo solo guadagnare consensi ma dovevamo toglierli
all'avversario».
E siamo alla domanda iniziale: come?
«Attaccandolo sul suo terreno, andando a rubargli i
voti sui temi sui quali era debole, più fragile».
Per
esempio?
«Per esempio la cultura. Si capiva che c'era
un malcontento di base. E abbiamo provato ad attacare.
Prima con una manifestazione al Valle con Gregoretti. Poi
la svolta è arrivata quando abbiamo aderito all'appello per
la la bellezza promosso da Alain Elkann con la fondazione
Rosselli. Lì abbiamo capito che si stava sgretolando
tutto».
Solo sulla cultura?
«No, poi siamo passati
al sociale. Altro terreno tradizionalmente di sinistra. E
la risposta è stata eccezionale. E poi c'è stato un altro
elemento che considero fondamentale».
Quale?
«I
blog. Abbiamo usato il nostro ma anche tanti blogger che ci
hanno aiutato. Abbiamo aggredito la rete. Ecco, sa qual è
stata una delle mosse vincenti? Eravamo più avanti, più
moderni, più innovativi dei nostri avversari».
E la
sinistra?
«Ha riproposto un candidato debole, fiacco.
Il furbacchione, il superficiale, insomma er piacione.
Veniva percepito così».
Finora era stato vincente.
«Perché i romani si fanno scivolare tutto addosso.
Sopportano. Anche se la città è sporca, ci sono le buche, è
insicura. Nella prima parte abbiamo fatto capire che Roma
poteva cambiare. Lo slogan era "Roma cambia", e non cambia
Roma. E abbiamo intercettato il voto di protesta, quelli
che volevano dare un segnale».
Dopo il ballottaggio s'è
aperta un'altra partita.
«Abbiamo fatto capire che si
poteva cambiare pagina. Nessuno ne poteva più di quel
sistema di potere, una cappa sulla città. Roma, nella sua
storia, ha dimostrato che se insoddisfatta ben volentieri
dà un calcio al potente di turno. E nel secondo turno il
messaggio è stato "Alemanno si fida di te". Diamolo 'sto
calcio. La città ci ha seguito».
E ora? Farete tabula
rasa di tutto?
«No, cambieremo quello che non
funziona».
La festa del cinema, per esempio?
«È una
passerella per vip a cui la collettività paga gettoni da
200mila euro. Ne faremo un festival con un sistema
competitivo».
E l'auditorium?
«Funziona ma non deve
ammazzare altre realtà come il Teatro dell'Opera. E poi
vogliamo valorizzare Roma come città dell'arte. Da noi
vivono i dieci migliori artisti contemporanei. Da Lombardo
a Kounellis, da Ceroli a Cucchi. L'arte si apra, anche con
le scuole».
Quale sarà la prima decisione?
«Tocca
al sindaco. Mi aspetto una città più pulita, più ordinata,
più sicura»
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30/04/2008