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L'ex sindaco scende in campo per portare alla vittoria la coalizione di centrosinistra. «Dio ci scampi dal tornare a prima del '93»

Veltroni-Rutelli, ultima chiamata

Susanna Novelli
s.novelli@iltempo.it
«Roma non ha bisogno di uno scendiletto in Campidoglio ma di una persona e di un governo forte che sappia difendere l'autonomia della città». Così il «ritorno» di Walter Veltroni che ieri è sceso in campo al fianco di Francesco Rutelli, candidato a succedere proprio al leader del Pd.

Una sfida «Capitale» per entrambi. Perdere Roma, dopo quindici anni di governo ininterrotto, e chiudere così una fase avviata proprio da Rutelli nel 1993 sarebbe una «Waterloo» ben più grave della sconfitta nazionale.
Un affronto per gli «ex» sindaci che insieme hanno dato vita a quel «Modello Roma» che «ha trasformato radicalmente la città - ricorda Veltroni - e che oggi deve confermare la sua grande vocazione di città moderna, aperta, solidale, internazionale. Una città innamorata di se stessa che si proietta nel futuro e non torna al passato». Ma a Roma non è legata soltanto la riscossa del centrosinistra «contro» un governo nazionale di centrodestra. In ballo anche il destino politico di due leader. Veltroni da una parte, che pur avendo «perso con onore» non reggerebbe un affronto così grave come perdere la città che ha governato per sette anni e che è stata la vetrina più preziosa per la rimonta nazionale. Per Rutelli il trauma sarebbe forse ancora più profondo. Due volte sindaco, è lui la mente e il braccio di quel modello Roma che ha dato poi i suoi frutti migliori sotto la giunta Veltroni. La posta in gioco, insomma, è alta. Lo hanno ben compreso Veltroni e Rutelli che dopo una campagna elettorale vissuta a distanza, si ritrovano insieme al «condominio» di via Orvieto 25. Un cortile di palazzi popolari della Società cooperative case tranvieri, «dove non c'è neanche una scritta sui muri», fa notare Rutelli. Il clima è quello di una grande famiglia, dove tutti si conoscono (sono circa 500), ascoltano e commentano praticamente all'unisono i discorsi dei due leader. Così, quando Rutelli chiede «una mobilitazione porta a porta, ufficio per ufficio, negozio per negozio per conquistare i voti degli indecisi e riportare tutti a votare. È una battaglia difficile - riconosce Rutelli - Ora siamo tutti uniti per dire no al rischio dello strapotere della destra in questo Paese», c'è chi da dietro scuote la testa e ripete: «Nu' je se po' dà pure Roma, nun je se po' dà». E ancora, quando Veltroni ricorda come i viaggi di solidarietà in Africa e quelli della memoria ad Auschwitz siano stati definiti da esponenti della destra «turismo sociale» e «che probabilmente non si faranno più», c'è più di una voce che, accorata, commenta: «Mamma mia, per carità, per carità». Applausi a pioggia poi agli affondi verso l'avversario. «Le prime due proposte di Alemanno - ricorda Rutelli - sono state quelle di fare un Casinò e di realizzare un secondo grande raccordo anulare che distruggerebbe nove riserve naturali» e ancora Veltroni: «Dio ci scampi dal tornare alla Roma di prima del 1993». L'appello ieri, esteso anche al voto per Nicola Zingaretti alla Provincia, non è stato per convincere i presenti quanto per spingerli alla mobilità. «C'è un lungo ponte - scherza Rutelli - se conoscete qualcuno che magari si è prenotato un viaggetto, convincetelo che è più importante scegliere come sarà il governo della città per i prossimi cinque anni, che 48 ore in cui ci si distrae». Fuori dal cortile il mercato di via Orvieto dove molti cittadini aspettano, applaudono, stringono le mani di Rutelli e Veltroni, in tanti si avvicinano e raccontano i loro problemi. Tra loro però c'è chi passa in fretta con poche cose nella busta della spesa e un'aria stanca di chi vuole andaresene a casa. Chiede cosa accade. Poi con lo sguardo basso e riprendendo la fuga commenta a voce alta: «Ma che me frega de sti politici».
La strada insomma è ancora in salita.

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20/04/2008










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