Altrimenti saprebbe che, in questi
anni, il mercato dell'occupazione ha registrato record su
record.
Gli ultimi dati Istat relativi al 2006, ad
esempio, parlano di una crescita annua dell'1,9% con un
tasso di disoccupazione mai così basso negli ultimi 14
anni. Scena che si ripete nel secondo trimestre del 2007
(disoccupazione ancora in calo e occupati in crescita dello
0,5%). Insomma, da quando è entrata in vigore nel febbraio
del 2003, la legge Biagi non ha certo prodotto sfaceli.
Tutt'altro.
Nell'ottobre di quattro anni fa, ad
esempio, il numero degli occupati era cresciuto dello 0,9%
(189mila unità) toccando i 22 milioni e 121 mila. Oggi quel
numero è ancora superiore: 23.018.000 a dicembre 2006.
Quasi un milione di occupati in più. Una platea a cui
quest'anno, secondo le stime di Unioncamere, si
aggiungeranno altre 840mila assunzioni.
Calcolatrice
alla mano fanno circa 2 milioni di occupati in 4 anni.
Eccoli qua gli «effetti devastanti» della flessibilità
introdotta dal governo Berlusconi. Ma la vera obiezione, si
sa, non è questa. Secondo quella parte della maggioranza
che oggi sarà in piazza San Giovanni la vera eredità della
legge Biagi si chiama precarietà.
Anche qui basterebbe
citare un po' di dati. A partire da quelli snocciolati dal
presidente dell Istat Luigi Biggeri durante la sua
audizione davanti alla commissione Lavoro di Montecitorio
che sta conducendo un'indagine conoscitiva «Sulle cause e
le dimensioni del precariato nel mondo del lavoro». La data
è quella del 7 novembre 2006. Per Biggeri «l'aggregato dei
dipendenti con contratto a termine, dei collaboratori e dei
prestatori d'opera ammonta, aggiungendoci le altre voci, a
2 milioni 735 mila persone (l'11,8% dell'occupazione
totale)».
Certo, il numero dei contratti a tempo
determinato è calato negli ultimi anni (nel 2001 era il
60%), ma rimane comunque superiore. Secondo Unioncamere, ad
esempio, nel 2007 su un totale di 840mila assunzioni, il
45,4% sarà a tempo indeterminato contro il 42,6% di
determinato. Insomma, alla fine, i numeri descrivono un
mondo del lavoro molto meno precario di quanto si vorrebbe
far credere. Dal 1997 (anno del pacchetto Treu) al 2006, ad
esempio, il lavoro a tempo pieno è aumentata di ben 2
milioni; quella a tempo parziale di 600mila circa.
Tra
l'altro, in nazioni come la Spagna e la Francia, sul totale
dei dipendenti, l'incidenza di quelli a termine è superiore
ai numeri che si registrano in Italia. Lì, però, nessuno
scende in piazza.