«Io non sono andato
via da An con rancore — racconta — però non posso negare
che un po' di amarezza oggi ce l'ho». E il viaggio in terra
di Abruzzo, pur se programmato da tempo, è servito anche
per «allontanare» dal cuore quella piazza. «Beh, non posso
negarlo. È vero che ho una programmazione per tutti i fine
settimana, sto girando l'Italia per far conoscere il mio
nuovo partito. Però devo ammettere che restare a Roma mi
avrebbe creato turbamento. Per questo mi sono creato un
impegno politico utile. Quella destra che sta in piazza è
una parte della mia vita, quando sento risuonare le sue
parole d'ordine mi vengono i brividi. Ma penso alla gente,
la mia gente, non ai quadri di partito». Verso di loro
riaffiora tutta la delusione che lo ha portato, a luglio,
al distacco e all'adesione al nuovo partito di Storace.
«Quella gente è in piazza perché ha voglia di fare
politica. Invece Fini avrebbe dovuto dir loro che li ha
mobilitati solo per avere una voce più forte per portarli
verso il partito unico».
Per questo ieri ha girato tra
una conferenza stampa a Tollo con gli agricoltori
mobilitati contro una struttura dell'Eni, una fiera di
vivaisti e l'inaugurazione di una sede di «la Destra» in un
paese vicino a Lanciano. E la manifestazione l'ha seguita
solo nei racconti di chi lo ha chiamato al telefonino.
«Fini? No, non mi interessa proprio ascoltarlo, tanto
quello che dice potrei scriverlo ancora prima che parli.
L'unica cosa che mi interessa è conoscere le parole che
sono state dette in piazza, gli slogan, il pensiero di quei
giovani che hanno sfilato». Il perché di tanto
attaccamento, ancora oggi che è un deputato di 71 anni, lo
si capisce dai suoi racconti. «Ho passato la vita in strada
a Roma a manifestare. Ho iniziato nel '69, a 23 anni,
quando ero ancora nella Giovane Italia. Eravamo così pochi
che andavamo a manifestare ai semafori, in tre, quattro.
Quando scattava il rosso ci mettevamo davanti alle
macchine, srotolavamo gli striscioni e lanciavamo i
volantini. Eravamo in crisi nera, però la cosa funzionò,
iniziammo in qualche modo a fare comunicazione, a creare
interesse attorno a noi». Poi il passaggio a segretario del
Fronte della Gioventù e la prima grossa manifestazione
dell'Msi a Roma dopo il '68. «Per noi di destra quelli
erano anni difficili, ci accusavano di essere il vecchio,
il passato. Invece riuscii a portare all'università
tantissimi ragazzi, dimostrando che anche noi avevamo il
sostegno dei giovani». Nel '72 un'altra manifestazione,
stavolta contro il carovita. «E anche allora fui io quasi a
impormi contro il partito che aveva paura di non riuscire a
mobilitare tanta gente. Invece fu un successo». Dalla
piazza alle aule del consiglio comunale e del Parlamento,
Buontempo è rimasto negli anni l'uomo di riferimento dei
giovani della destra, specialmente nelle borgate. Discusso,
a volte discutibile, per esempio con quell'ostinazione,
ancora negli anni '90 di portare la camicia nera. Ma anche
un trascinatore. Come quando in consiglio comunale parlò
per 27 ore di fila, interrompendosi solo per le votazioni.
Oggi il «capopopolo» per la prima volta non è sceso in
strada con quella gente che lo ha eletto in Parlamento un
anno e mezzo fa. «Ma io, lo ripeto, quel popolo lo porto
nel cuore».