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Welfare, i sì vincono il referendum <br/>I pensionati salvano il Professore

Datiparziali certo, ma che condizioneranno e non poco la discussione dei prossimi giorni. A partire dal Consiglio dei ministri di domani dove il testo approderà senza alcuna modifica e dove, proprio per questo, la sinistra radicale annuncia battaglia.
Anche perché, nonostante la vittoria del sì, i metalmeccanici bocciano senza riserve l'accordo. I «no» trionfano nelle imprese del gruppo Fiat e in alcune grandi fabbriche. E, forse, senza la massiccia discesa in campo dei pensionati (il 73% ha votato sì), la partita sarebbe finita diversamente. I sindacati, comunque, sottolineano l'alta affluenza alle urne con il voto di oltre cinque milioni di lavoratori.
Se si confermeranno queste percentuali è chiaro che il Governo sarà rafforzato nell'intenzione di resistere alle richieste di modifica che arrivano dalla Cosa rossa. Anche per questo sia il premier, sia il ministro del Lavoro Cesare Damiano cantano vittoria.
Per Romano Prodi non ci sono dubbi, i risultati del referendum sono «molto, molto buoni e incoraggiano fortemente le decisioni prese in luglio». Così, anche se domani il Cdm non voterà all'unanimità non c'è nessun problema. «Io chiedo sempre l'unanimità - spiega il Professore -, ma non è necessario che il Consiglio dei ministri approvi sempre all'unanimità. Ci possono essere, in alcuni casi, opinioni divergenti». Parole che raccolgono l'applauso convinto di Lamberto Dini («Il governo deve andare avanti e presentare l'accordo così com'è»). Pienamente soddisfatto anche il ministro Cesare Damianco secondo cui i lavoratori hanno capito l'importanza del protocollo e apprezzato le scelte di Governo e sindacati.
E alla contentezza del governo (almeno di una parte) fa da contraltare l'ovvia soddisfazione dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti che sottolineano come il sì abbia avuto una «netta» affermazione non solo tra gli impiegati ma anche tra gli operai.
Il no quindi si concentra in alcune fabbriche «simbolo» come gli stabilimenti della Fiat, l'Ansaldo (67% i no su 614 votanti), la Fincantieri di Napoli (91% i no su 1.020 votanti) e l'Electrolux (80% i no su 703 votanti) ma non «sfonda» in tutte le fabbriche metalmeccaniche nonostante la decisione della Fiom di bocciare il protocollo in opposizione con le scelte della Cgil.
In alcuni grandi stabilimenti come l'Ilva di Taranto (oltre il 70% di sì su 5.000 votanti) , la Tissenkrupp di Terni (79% di sì) e il Nuovo Pignone 79% di sì su 2.030 votanti) i lavoratori hanno scelto di approvare il protocollo. Il sì ha vinto largamente tra gli statali (circa il 73% secondo i primi dati) e nelle più importanti fabbriche alimentari (alla Barilla, negli stabilimenti della Ferrero, della Doria, della Pavesi, della Coca Cola e della Lavazza) ma anche tra gli impiegati delle banche. Sempre secondo i primi dati diffusi dai sindacati su oltre 16.000 votanti in diverse aree del Paese il sì tra i lavoratori del credito ha superato il 66%.
Via libera al protocollo dai lavoratori dei call center di Wind a Roma (347 sì su 550 votanti) ma anche da quelli della sede della Magliana dell'Alitalia che hanno approvato l'accordo con il 57% dei voti (1.387 i sì su 2.409 votanti), dagli addetti dell'Unilever di Caivano (Napoli) e dall'ospedale San Giovanni di Roma. Nel nosocomio i sì sono stati 1.278 su 1.466 votanti (quasi il 90%), una percentuale più alta di quella delle Molinette a Torino che comunque ha segnato 772 sì su 1.057 votanti (oltre il 70%). I lavoratori, insomma si sono espressi, ora la battaglia è solo politica.

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