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Bruno Contrada parla dal carcere: «Sono vittima di un delitto di Stato»

Bruno Contrada ha lo stesso volto affilato del giovane sbirro che fu, instancabile cacciatore di mafiosi nella Palermo di Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Solo che ora ha 76 anni e se è vero, come predicano alcune filosofie orientali, che l'età di un uomo non è quella trascorsa, ma quella che ancora gli resta, allora Contrada deve sperare che gliene resti un altro po' per arrivare almeno a 83, perché solo a quel tempo potrà uscire dal carcere («Dove hanno confinato una persona innocente») e respirare di nuovo l'aria libera degli uomini liberi. Dottor Contrada, perché proprio lei? «Perché hanno voluto dimostrare che la lotta alla criminalità organizzata, prima del loro arrivo, in realtà era connivenza, contaminazione dei rapporti. Mi hanno sguinzagliato contro personaggi abbietti, un manipolo di pentiti che ha riscontrato più credito di 140 testimoni a difesa: uomini dello Stato, vertici della Polizia di Stato e dei Servizi segreti, tutte persone che nutrivano e nutrono per me la massima stima. E sa che cosa è successo quando, davanti ai giudici hanno giurato che Bruno Contrada era innocente? Sono stati accusati di falso. La mia sentenza era già stata scritta. Avrebbero avuto da dubitare pure se Gesù Cristo fosse sceso dalla croce e fosse venuto in tribunale». Chi era Bruno Contrada al momento dell'arresto, il 24 dicembre 1992? «Ero al Sisde, il Servizio segreto civile, ma non mi occupavo più di attività operativa bensì solo di quella informativa. Qualche settimana fa, è venuto a trovarmi un collega, che mi ha ricordato di quando lo aiutai ad arrestare un pericoloso camorrista latitante del Casertano. Sapevamo che sarebbe passato in auto per Capua e avvisammo la polizia. Io me n'ero dimenticato, mi ha aiutato lui a far affiorare alla memoria quell'episodio. E quello era il mio lavoro: un lavoro informativo di supporto all'attività di polizia giudiziaria. Non so chi è convinto che io custodisca chissà quali segreti, quali verità inconfessabili. In realtà, io non ho nulla da nascondere, né nessuno da proteggere». Subito dopo l'arresto, Contrada subisce una detenzione cautelare di circa 31 mesi, che si protrae anche dopo l'inizio del processo: ai primi pentiti - che hanno firmato le accuse contro di lui - se ne aggiungono altri nel corso degli anni, ma sono loro - Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese e Rosario Spatola - a fornire mattoni e cemento alla magistratura per tirare su il castello accusatorio. Contrada si è scagliato furiosamente contro le loro ricostruzioni, contestando punto per punto dichiarazioni che farebbero ridere, se non avessero provocato lacrime e disperazione. Gaspare Mutolo. 'O saittuni (il «topo di fogna» in dialetto palermitano) racconta che la mafia aveva speso quindici milioni per acquistare un'Alfa Romeo da consegnare a Contrada, il quale - a sua volta - avrebbe dovuto regalarla a una sua amica. Dai controlli al registro automobilistico di quegli anni, nessuna donna - proprietaria o intestataria di un'Alfa Romeo - portava direttamente o indirettamente a Contrada. Inoltre, Mutolo ha aggiunto che durante la guerra di mafia scatenata dai Corleonesi contro le vecchie famiglie palermitane per impadronirsi del potere all'interno di Cosa Nostra, Contrada avrebbe incontrato i capi delle fazioni avversarie per assicurare favori agli uni e agli altri. Sostiene Contrada: «Nessun poliziotto in quegli anni avrebbe potuto essere amico e rendere favori contemporaneamente a diversi capi-mafia, perché un tale comportamento avrebbe significato sicuramente farsi ammazzare, in quanto le famiglie di mafia in lotta tra loro si cercavano a vicenda per attirarsi in tranelli ed agguati e per uccidersi. Sarebbe stato impossibile non rimanerne coinvolti». Tommaso Buscetta. Don Masino parla del rapporto di amicizia tra Bruno Contrada e Rosario Riccobono, aggiungendo che glielo aveva confermato un altro boss siciliano, Stefano Bon

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