Dopo anni di attesa Massimo D'Alema ha finalmente detto «qualcosa di sinistra». O meglio, ha detto chiaro e tondo «cosa è di sinistra». Lo ha fatto davanti alla sua gente, venerdì sera alla festa dell'Unità di Roma, e lo ha fatto prendendo come spunto il delicato tema delle pensioni. Parole chiare: «La sinistra che non pensa al domani non è sinistra, è infinitamente più di sinistra alzare le pensioni basse e tutelare i giovani che non difendere posizioni che non sono la priorità». Che tradotto vuol dire: l'ala radicale dell'Unione la smetta con questa storia dello scalone. Anche perché, ha ribadito il vicepremier, «abolire lo scalone costerebbe 65 miliardi in 10 anni e, anche se ci fossero i soldi, le priorità sono altre». Un affondo in grande stile che ha subito agitato le acque della coalizione di centrosinistra, e non solo. Già, perché l'attacco del ministro degli Esteri arriva in un momento delicatissimo per l'Unione. Da un lato c'è la sinistra radicale che non sembra disposta a mollare e minaccia la crisi di governo. Dall'altro, invece, continua a crescere la truppa di senatori riformisti (Lamberto Dini in testa) pronti a difendere lo scalone anche a costo di far cadere l'esecutivo. Così sono in molti a pensare che l'affondo del vicepremier sia tutt'altro che casuale. Anche perché è arrivato, casualmente, dopo l'uscita del presidente del Senato Franco Marini che, proprio sul tema delle pensioni, ha evocato addirittura «l'unità nazionale». Se a questo si aggiungono: l'intervista del segretario della Quercia Piero Fassino che, sulle pagine di Repubblica, ha ribadito gli stessi concetti di D'Alema («non è uno scandalo lasciare a 60 anni»); la presa di posizione del neo-candidato leader del Pd Walter Veltroni che, lo scorso 29 giugno, ha puntato il dito contro «una società che tende a tutelare chi è già tutelato»; i «movimenti sotterranei» di Giuliano Amato (che con D'Alema guida la Fondazione Italianieuropei), il quadro è completo. Il capogruppo dei Verdi Pdci al Senato Manuela Palermi lo spiega così: «Il Partito Democratico si gioca lo scalone per far cadere Prodi e per andare a un governo istituzionale». Ipotesi rilanciata anche dal vicepresidente dei deputati dell'Udc Maurizio Ronconi: «Se Veltroni e D'Alema, Rutelli e Dini rimarranno coerenti a quanto dicono, la riforma del sistema pensionistico sarà la combinazione per aprire la porta ad un governo di larghe intese, sul modello tedesco, che respinga definitivamente i ricatti della sinistra massimalista». Insomma D'Alema e gli altri leader del Pd starebbero già pensando al dopo-Prodi e, proprio per questo, avrebbero lanciato il loro attacco. Magari sperando in un ripetersi di ciò che accadde nel 1998 quando, dopo la battaglia sulle 35 ore, il Prc fece cadere il primo governo del Professore. Non è un caso che Gavino Angius, ex diessino dalemiano oggi in forza alla Sinistra Democratica di Fabio Mussi, evochi con un filo di polemica anti-Prc, quell'anno orribile. «Vedo il rischio che si riproduca con le pensioni - dice - ciò che avvenne nel 1998 con le 35 ore. Rifondazione non può scaricare sulla maggioranza e sul governo le sue contraddizioni». Così, mentre dall'Udc si alza un coro entusiasta nei confronti del realismo di Fassino e D'Alema, mentre la sinistra radicale continua a chiedere con forza il rispetto del programma e l'abolizione dello scalone, una cosa appare sempre più certa: per Prodi il conto alla rovescia continua inesorabile. n.imberti@iltempo.it