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Politica

Passa l'ordine del giorno del centrodestra con astenuti e favorevoli del centrosinistra

di SALVATORE DAMA UN'OPPOSIZIONE che si traveste da maggioranza.

Una maggioranza che mette i panni dell'opposizione. Un sottosegretario che invita a votare contro il suo ministro. Un ministro che invoca il chiarimento politico. Neanche il tempo di rientrare dalle lunghissime ferie natalizie e i senatori della Repubblica già si ritrovano in pieno clima carnevalesco. Ieri Palazzo Madama sembrava Rio. Una torcida. Una baraonda innescata dalle comunicazioni di Arturo Parisi sull'ampliamento della base Nato di Vicenza. Il ministro della Difesa dice chiaro e tondo qual è la linea del governo in materia. L'esecutivo non intende disattendere «le aspettative degli americani, fondate sulla disponibilità manifestata dal precedente governo». Apriti cielo. In pochi minuti si ritrova accerchiato. Dai suoi stessi alleati, però. «Il ministro ci dica se ci sono accordi segreti sull'uso della base», attacca Salvi della sinistra Ds. La collega Valpiana di Rifondazione intona slogan no-global: «Difendiamo la nostra terra/per un domani senza basi di guerra». Furio Colombo cita Clinton. Franca Rame lancia anatemi («Vicenza rischia di diventare la Caporetto di questo governo»). E ci prende. Perchè al senatore Calderoli nel frattempo è venuta una intuizione folgorante: ritirare la mozione presentata dalla Lega e sostituirla con un ordine del giorno. Una sola frase, sette parole: «Udite le comunicazioni del governo, si approva». Anche gli altri gruppi del centrodestra fanno lo stesso. La strategia è chiara: stanare le contraddizioni dell'Unione in materia di politica internazionale. E la maggioranza abbocca con tutte le scarpe. Arriva il momento di Ugo Intini. Il sottosegretario boccia l'ordine del giorno che approva le dichiarazioni di Parisi. In sostanza, il governo chiede di votare contro se stesso. «Intini sta oltraggiando il Senato. Ne chiedo l'immediato arresto in aula», urla Calderoli. E giù risate dai banchi dell'opposizione. A questo punto il presidente Marini non ha alternative. Deve mettere ai voti il documento filogovernativo della minoranza. Che passa con 152 voti favorevoli e 146 contrari. «Dimissioni, dimissioni!», si sgolano quelli della destra. Già, ma di chi? Gli stenografi di Palazzo Madama appuntano un episodio forse epocale. La minoranza che sostiene il governo e la maggioranza che lo vuole affossare. Il senatore a vita Andreotti cita un precedente di «quando il Parlamento era ancora a Firenze» e invita Parisi a pensare positivo. Alla fine la sua linea è passata. A prescindere da chi l'abbia votata. Peccato però che la Finocchiaro sia furente. Il capogruppo dell'Ulivo vuole l'elenco di chi ha votato con l'opposizione. Parte la caccia all'uomo. L'indice è puntato contro i parisiani. A partire da Natale D'Amico, il quale ammette placidamente di aver votato con la Cdl perché stufo «dei troppi tatticismi». Come lui il collega ulivista Roberto Manzione, che all'ultimo momento decide di uscire dall'aula. Gavino Angius invece ha preferito astenersi. Il vicepresidente del Senato invita a evitare dietrologie. E spiega che «l'astensione a Palazzo Madama vale come voto contrario». La restante parte del ribaltone si compie grazie ai senatori assenti (Willer Bordon, Lamberto Dini, Andrea Manzella, Graziano Mazzarello, Sergio Zavoli, Clemente Mastella, Luigi Pallaro) e al venir meno del «soccorso grigio». Non sono in aula, infatti, i senatori a vita Ciampi, Cossiga, Levi Montalcini, Pininfarina e Scalfaro. In ballo c'è ancora la mozione dell'Ulivo. Il testo è frutto di talmente tante mediazioni che di concreto rimane poco. C'è la «presa d'atto delle comunicazioni del governo» e viene chiesta la convocazione della «seconda conferenza nazionale sulle servitù militari, coinvolgendo l'amministrazione della difesa, le forze armate e gli enti locali» per «arrivare ad una soluzione condivisa». Nessun accenno alla base Nato. È il prezzo da pagare per il sì della sinistra radicale. La mozione passa con i soli voti dell'Unione, mentre il centrodestra abbandona l'aula.









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