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IL CASO ALLA CAMERA

Chiesta l'autorizzazione contro Previti per una nota alla stampa

La Camera infatti dovrà presto decidere se concedere l'autorizzazione a procedere nei confronti del deputato di Forza Italia per un procedimento civile promosso dal direttore e dall'editore del quotidiano romano.
Tutto nasce da un articolo scritto da Giuseppe D'Avanzo e pubblicato da Repubblica: «La mafia voleva uccidere due deputati» del 7 settembre 2002. I due deputati, è scritto nel pezzo, sono Previti e Dell'Utri. Si rivela poi il contenuto di una informativa del Sisde (il servizio segreto civile) secondo la quale la mafia avrebbe avuto intenzione di preparare un attentato contro due esponenti molto vicini a Berlusconi. In pratica e sintentizzando, la mafia avrebbe voluto uccidere i due deputati perché si sarebbe sentita "tradita" dalla maggioranza parlamentare che, approvando la legge Cirami, avrebbe "dimenticato" altri provvedimenti in favore dell'organizzazione criminale. Previti chiede la condanna del gruppo editoriale L'Espresso-Repubblica, del direttore Ezio Mauro e del giornalista D'Avanzo a tre milioni di euro come risarcimento danni perché, tra l'altro si legge nella relazione presnetata alla giunta per la autorizzazioni a procedere, «il cronista avrebbe violato il suo segreto d'ufficio rivelando il contenuto di una nota riservata; la riservatezza dell'esponente politico, giacchè l'aver reso noto il contenuto dell'informativa del Sisde; avrebbe scosso e turbato la tranquillità sua e della sua famiglia».
Repubblica invece ha presentato una riconvenzionale, una sorta di controprocedimento, per il comunicato con il quale Previti si difendeva dalle accuse del giornale. «Se la mafia non aveva pensato a questa idea (dell'attentato, ndr), D'Avanzo ha fornito ad essa l'ispirazione - scrive Previti nella nota alla stampa -. E temo adesso per me, la mia famiglia, per tutte le persone che mi sono vicine. Ho letto che sarei diventato un obiettivo delle mafia. Il giornalista, che di mafia se ne intende, sembra aver tratto dalla stessa mafia il linguaggio ambiguo, gli intenti intimidatori e l'abitudine a delegittimare moralmente la vittima prima ancora di ucciderla fisicamente. E così scrive e insinua circa miei rapporti con la mafia non solo inesistenti, ma neanche lontanamente ipotizzabili... Evidentemente, non riuscendo ad abbattermi attraverso un processo ingiusto... si cerca un'altra e ben più drammatica via, suggerendo a chi non ci avesse pensato una soluzione diversa, drammatica e definitiva». La Camera dovrà decidere se concedere l'autorizzazione a procedere.
F. D. O.

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