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Gargani: «Ripartiamo subito con l'immunità»

Il responsabile giustizia di Forza Italia: «Avanti con le riforme, per noi adesso non cambia nulla»


E perché se l'aspettava?
Ride Giuseppe Gargani. O forse sarebbe meglio dire: sorride. Sorride il responsabile Giustizia di Forza Italia ma non si scompone più di tanto alla sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato l'ex ministro della Difesa e attuale deputato azzurro Cesare Previti a undici anni di reclusione.
Allora, onorevole? Perché se l'aspettava?
«Me l'aspettavo per l'andamento del processo. Per come si è svolto sino a queste ultime ore».
Si riferisce al fatto che la Corte non ha atteso il pronunciamento sulle ultime due istanze di ricusazione?
«Se vuole... Ma non mi riferivo solo a questo. Penso che abbia influito l'andamento complessivo del processo. Mi sembra che fosse chiara la conclusione. Era da capire l'entità della condanna, ma per il resto non c'erano molti dubbi, almeno per me. La Corte, dal canto suo, aveva fatto capire anche abbastanza esplicitamente dove voleva arrivare».
C'è chi ha detto che la sentenza era già stata scritta ed era pronta nel cassetto. È d'accordo?
«No, questo non lo so. Dico che lo svolgimento di questo processo ha lasciato alcuni dubbi».
Per esempio?
«Da quando esiste l'ordinamento giudiziario, il processo si svolge dove sono accaduti i fatti. E i fatti in questo caso sarebbero avvenuti a Roma mentre il processo s'è fatto a Milano. Basterebbe questo...».
Per convincersi di cosa?
«Per convincersi del fatto che Milano non aveva competenza».
D'accordo, ma con il suo dubbio dove vuole arrivare?
«Dove ho detto: Milano non aveva competenza ma il processo s'è svolto lì. Non ci sono altri approdi».
Ma lei ha parlato di più dubbi?
«Mi sembra che lo stesso Previti abbia fatto un elenco di fatti ed episodi che hanno fatto sorgere in lui il sospetto, un legittimo sospetto».
È anche il suo?
«Direi di sì».
Ritiene che ci troviamo di fronte ad una sentenza politica?
«Guardi, a tutte le sue domande si può rispondere con una sola frase: vedremo in appello. Ecco, sarà quella la sede per sciogliere tutti i dubbi. Aspettiamo il secondo grado e giudicheremo».
Questa sentenza che cosa cambierà per la politica? E in particolare per la politica del governo?
«Nulla, andiamo avanti per la nostra strada. Questa sentenza non incide per nulla nel dibattito politico ed è giusto così. Ripeto, andiamo avanti. Abbiamo le riforme da fare, ripartiamo da quelle. Penso che si sia perso già del tempo, troppo tempo».
Lei dice: ripartiamo dalle riforme. Ma da quali?
«Da quelle che già sono sul tappeto. Non è importante ripartire da qualcuna in particolare, ma ripartire e arrivare a termine. Questo deve essere ed è il nostro obiettivo».
Da qualche parte si dovrà cominciare. Dall'immunità parlamentare?
«Certo, l'immunità parlamentare. Va risanata una situazione iniqua che perdura da anni. È almeno dal 1992 che esiste uno squilibrio tra magistratura e politica. E, tengo a precisare, non lo dico da oggi. Lo vado ripetendo da quel 1992».
Ma da oggi se ne riparla...
«No, questo non è vero. Ma non è questo il punto. Insisto, andiamo avanti con le riforme della giustizia. Tutte le riforme. Negli ultimi due anni si è invertita la tendenza, c'è stato un impulso verso il cambiamento, non fermiamoci adesso».
Adesso?
«Penso che dobbiamo fare le riforme. Le dovevamo fare prima e subito. O subito e prima! Come si preferisce, l'importante è non fermare la spinta di questi anni».
Prima che arrivino le sentenze?
«Le riforme vanno fatte subito, indipendentemente dalle sentenze e dai processi».

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