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«C'è più destra di quanto appaia»

Il presidente di An carica i suoi e avverte: «Moderazione e fedeltà alla Cdl»

Nella città termale si chiude il forum degli amministratori della destra, che ha riunito per due giorni tutta la sua classe dirigente, Fini ha di fronte, e ne è fiero, un partito che tira le somme del proprio buongoverno, sul territorio, a Palazzo Chigi, nelle istituzioni. Ma il rischio è quello di scivolare su una pericolosa china di contrapposizione nella CdL, ora che si avvicina la competizione elettorale per le amministrative.
«Siamo leali ma non donatori di sangue - riassume per tutti Italo Bocchino, che insieme a Carmelo Briguglio ha avuto l'idea della convention - non vogliamo più essere figli di un dio minore, venire mortificati dalla coalizione, che preferisce candidati moderati o di centro a quelli della destra». Un refrain che ripetono anche Gasparri, La Russa, Storace, Alemanno, Urso, Matteoli. E il viceministro Martinat si spinge oltre: «An ha diritto di essere centrale nella CdL, perchè Forza Italia è un partito disomogeneo e gli altri due partitini, uno in via di scioglimento, l'altro non si sa con quale identità». Toni che non piacciono al leader di An, che invita i suoi alla moderazione, li spinge a non scegliere la linea della contrapposizione nella CdL, a lavorare a testa bassa caratterizzandosi per impegno e serietà.
«Quando ci giudichiamo - concede Fini - pensiamo di valere poco, quando ci confrontiamo sappiamo di valere tanto». Poi spende tre quarti del suo intervento per elogiare gli uomini di An, che governano bene nei Comuni più piccoli così come a Palazzo Chigi. Ma Fini insiste nel dire che la strada giusta rimane quella percorsa dalla destra fin qua: serietà, moderazione, capacità di sintesi nella coalizione, intransigenza sui valori. «Non c'è nulla di negativo - spiega - quando ci affidano un ruolo di sintesi, di forza moderata».
È la cifra che ha portato avanti An e che forse un domani renderà possibile vedere un uomo della destra seduto nello scranno più alto di Palazzo Chigi. Per l'oggi Fini frena: «Non serve la discussione sull'essere secondi a Roma piuttosto che primi nelle Gallie». E tocca sempre a Fini ridimensionare i mal di pancia del partito verso il Carroccio, con una elegante autocritica: «Noi non abbiamo capito da subito l'importanza del federalismo, rivoluzione che Bossi ha saputo imporre alla politica e alla società».
Stia tranquillo il popolo di An: il dato, spiega Fini, è che il federalismo che uscirà dalla riforma (anche per merito di An) sarà un federalismo «solidale e tricolore», e si disinnescherà «il federalismo casinista e a doppia velocità della sinistra, vera bomba sotto l'unità dello Stato». Il tutto, con il consenso di Bossi, con il quale «c'è un percorso condiviso e una vera intesa sul cuore del provvedimento».
Resta sullo sfondo la questione dell'organizzazione del partito e in particolare del coordinatore (così come chiesto da due componenti interne). Il presidente dei deputati Ignazio La Russa avverte: «Se nme riparlerà dopo le elezioni». Ma Fini promette: «C'è più destra nella società di ciò che appare. La destra al governo non è una parentesi, un impazzimento della storia, non siamo destinati a tornare nel limbo dell'opposizione e dobbiamo essere fiduciosi nelle nostre potenzialità». Infine, Fini ha ricordato al figura Cesco Giulio Baghino: «Portò sulle spalle il peso dell'amor di patria e la volontà di riconciliazione nazionale». Tutta la sala ha applaudito in piedi.

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